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AUTONOMIA DIFFERENZIATA: TRAPPOLA LETALE PER L'UNITÀ DEL PAESE

Premessa storica necessaria è che all'epoca dei referendum sull'autonomia organizzato in Lombardia ed in Veneto - solo due anni fa - si recò a votare appena il 38,34% degli aventi diritto in Lombardia esprimendosi (ovviamente) per il 95,29% a favore dell’autonomia mentre in Veneto andò a votare il 57,2% degli aventi diritto che si espressero (ovviamente) per il 98,1% in favore dell’autonomia. In sintesi i cittadini lombardi e veneti, anche se con numeri e partecipazione diversi, non credono e non vogliono l'autonomia chiesta invece a gran voce dalle élites burocratiche al potere nelle due Regioni. Detto questo, veniamo alle carte e ai numeri governativi truccati pur di giustificare il "disimpegno" del Nord dalla crescita e dal rilancio dell'economia nazionale. Il governo, per bocca dei ministri competenti, fornisce infatti cifre che danno una percezione totalmente errata, anzi opposta, della realtà. In particolare, i dati statistici che le regioni del Nord utilizzano per giustificare le loro richieste di maggiore autonomia e di maggiori risorse pubbliche sono parziali e fotografano uno Stato centrale che predilige restituire i quattrini rastrellati da tutti gli italiani al Mezzogiorno piuttosto che al Settentrione. Ma utilizzando i numeri corretti e che comprendono tutte le fonti utilizzate dalle istituzioni pubbliche – centrali e territoriali – risulta invece che il flusso complessivo di contributi ed investimenti nazionali è canalizzato verso le più importanti ed economicamente forti regioni del Nord. Governo e Governatori interessati al progetto – nell'ordine Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna – hanno preferito parlarsi riservatamente non informando ed investendo tutti gli italiani sulla ragione e sulle finalità del progetto ed in più hanno anche preferito “insabbiare” un rapporto della Ragioneria dello Stato che fornisce ben altri numeri. Secondo i Governatori “autonomisti” le loro regioni ed i loro contribuenti soffrono di un’ingiustizia fiscale ed a supporto di questa tesi hanno prodotto i dati sulla spesa pubblica regionalizzata che collocano Emilia Romagna, Veneto e Lombardia in fondo alla classifica della spesa pro-capite dello Stato mentre le regioni meridionali – oltre la Provincia autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Provincia autonoma di Trento – sono le principali beneficiarie delle elargizioni pubbliche. Da qui la richiesta di trattenere maggiori risorse fiscali. Ma la banca dati utilizzata per “convincere” il governo è profondamente incompleta e fornisce, quindi, una fotografia falsata della realtà che invece è opposta a quanto indicato. Innanzitutto, i dati sulla spesa pubblica regionalizzata valgono per poco più del 40% della spesa reale dello Stato ed una statistica che non contabilizza il 60% dell’oggetto del calcolo è a dir poco parziale. In aggiunta, la Pubblica Amministrazione utilizza anche canali indiretti per sostenere le Regioni attraverso i servizi collettivi: la fonte più completa per comprendere la dimensione della spesa pubblica per singole regioni è la banca dati dei «Conti pubblici territoriali» (Cpt) allargata alla PA e alle imprese pubbliche (Spa). Ma i Governatori delle Regioni interessate alla “autonomia differenziata” non hanno ritenuto opportuno integrare nelle loro analisi il 60% dei dati riguardanti flussi di denaro inviati dal Centro alle regioni italiane tutte: semplicemente perché la classifica che ne risulta vede proprio le regioni del Nord beneficiarie della parte più rilevante della spesa pubblica e tutte le regioni meridionali a chiudere la classifica. Scendendo necessariamente nel dettaglio risulta che la spesa consolidata pro capite della Pubblica Amministrazione al netto degli interessi (Cpt-Pa) è di 12.589 euro all’anno per l’Emilia Romagna, 12.826 per il Piemonte, 12.659 per la Lombardia e con una media per il Centro-Nord di 13.399 euro, contro una media per il Mezzogiorno di 10.981 euro pro capite l’anno. La Regione che riceve meno soldi dalla Pubblica Amministrazione è la Campania con 10.121 euro, seguita dalla Puglia con 10.644 euro e dalla Sicilia con 11.062. Se poi, alla spesa consolidata della PA, si aggiunge anche quella delle imprese pubbliche nazionali e locali si ottiene la spesa del settore pubblico allargato (Cpt-Spa) laddove, in questo caso, la differenza di spesa a favore dei contribuenti del Nord è nettamente a favore delle regioni settentrionali. Tra i contribuenti del Centro-Nord e quelli del Mezzogiorno, infatti, c’è un gap (dati 2019) a favore dei primi di 3.671 euro a testa; tra la Lombardia, che riceve 16.979 euro per abitante, e la Campania c’è una differenza di quasi 5.000 euro per ogni residente. E nonostante questa sproporzione, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vogliono più soldi, tanto per cominciare: questa via conduce non al superamento degli squilibri economici e sociali tra le varie e diverse regioni del Paese bensì ad una insanabile e pericolosa frattura sociale. Non sono in dubbio e non sono in discussione né le differenze strutturali tra le varie regioni del nostro Paese ma lo sono, invece, è giustificatamente, le “ricette” proposte per superarle. Le differenze - economiche, storiche e sociali - esistenti tra il Nord ed il Sud del Paese non si "eliminano" puntando ad una forma ingorda di separatismo bensì con una politica nazionale di rilancio ed integrazione del Sud mediante investimenti pubblici integrati e settoriali. E combattendo criminalità e malaffare presenti, ed è bene sottolinearlo, su tutto il territorio nazionale sotto forme e con metodi diversi ma ancora massicciamente capaci di influenzare scelte di politica economica.




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