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Internazionalismo Proletario

“Il comunismo è possibile empiricamente solo come un’azione dei popoli dominati tutti in una volta e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che esso comunismo implica. Solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda..”

[Engels-Marx, L’ideologia tedesca]


Non sembra necessario concludere la celebre frase con l’appello all’uni­tà internazionale lanciato sul Manifesto del partito comunista da Engels e Marx 144 anni or sono. Non si tratta più, ora, di ripetere ideologicamente an­tiche parole d’ordine, con il rischio di ridurle a vuote celebrazioni fidei­stiche. Altrimenti può capitare quello che è successo a Eduardo Galeano, di leggere sotto la simbolica scritta, verniciata su un muro di una città dell’A­merica latina, dopo il fatidico Unitevi!, una postilla tracciata con bombolet­ta spray da mano anonima che specificava: ultimo avviso!

Un secolo e mezzo è abbastanza, anche se non spaventano i tempi necessa­riamente ancor più lunghi della storia, e della rivoluzione. Ma la storia stessa ha ripetutamente insegnato che essa non si fa con le parole, e che ogni dogmatismo ideologico è necessariamente spazzato via dalla forza delle cose. Se non bastassero gli eventi dei millenni trascorsi, la presente morte inglo­riosa del “socialismo reale” è caduta con la pesantezza di una montagna. Le cose che rimandano alla forza del mercato mondiale dei capitali hanno travolto con la furia della tempesta le parole che si richiamavano stancamente alla fede in un comunismo non corroborato dai fatti, e dai rapporti sociali. Nella genera­lizzazione della miseria, con il bisogno e con il conflitto per la necessità, è ritornata inevitabilmente anche tutta la “vecchia merda”.

 

 

  • Fondamenti oggettivi dell’internazionalismo proletario

 

L’antica parola d’ordine dell’unità per l’internazionalismo proletario non è però affatto morta. Anzi, essa mostra oggi condizioni oggettive di pro­spettiva, vive come mai prima. Si tratta dunque di comprenderle e svilupparle, riprendendo l’analisi del socialismo scientifico. Mai la scienza del comunismo si è rifugiata nella facilità della ripetizione verbale da catecumeni. Ora co­me non mai ci sono le condizioni per ridare pienezza di validità analitica a quelle indicazioni di Marx e Engels, e Lenin, di cui si è iniziato a discorre­re. Si può ripartire di lì, restituendo alla questione internazionale lo spes­sore che le compete e che, oggi per la prima volta nella storia, è legittimato dall’unificazione del mercato mondiale. Per far ciò, tuttavia, occorre anche una capacità di profonda autocritica verso il pregresso adagiarsi in quei con­vincimenti convenzionali che crescevano morbosamente su loro stessi.

In nome di una supponente solidarietà internazionalistica, politica e partitica, che veniva dissolvendosi alla luce delle trasformazioni del sistema mondiale nell’epoca dell’imperialismo multinazionale, si è troppo spesso dato spazio solo a dichiarazioni di principio. Si è così tralasciato quell’impegno di avanguardia necessario per capire scientificamente i punti alti delle con­traddizioni in cui si veniva avviluppando la nuova divisione internazionale del lavoro e la nuova composizione di classe. Ciò che il capitale mondiale ha posto in essere - e continua a fare - si mostra in tutta la sua evidenza come capacità del suo adeguamento storico. Non si riesce a impedire tale adeguamen­to, se non lo si comprende e non si interviene sulle sue forme specifiche.

La sinistra - e sovente accade anche per quella di classe - è in forte ritardo pur sulla sola comprensione del processo. Subisce quindi, e anzi ac­cetta supinamente nei fatti, che l’evidenza del capitale appaia come invisibi­lità del lavoro: la falsa ideologia della “fine della classe operaia”, il so­ciologismo dell’“addio al proletariato”, e - ciò che più conta e preoccupa - l’effettivo dileguarsi della coscienza rivoluzionaria, la reale perdita d’i­dentità comunista, la pratica scomparsa dell’organizzazione di classe, sono tutte circostanze che testimoniano sul senso di codesta invisibilità subita.

Nonostante ciò, le cose stanno altrimenti. Il capitale si adegua su scala mondiale proprio nella misura in cui riesce ad accrescere il suo comando sul lavoro, ossia in ragione della crescente proletarizzazione della popolazione mondiale. Qui sono i termini da esaminare a proposito della questione del Nuo­vo Ordine imperialistico del lavoro. E qui è bene subito porre preliminarmente una distinzione di grande importanza. Nella presente fase storica pare che le lotte sociali di più grande momento siano quelle rivolte a salvaguardare i di­ritti violati nei confronti di emarginati ed esclusi [per sesso o per razza, per religione o per handicap psicofisici, per condizione sociale o politica, e così via diversificando]. Codesti gruppi - proprio per ciò, nelle diverse cir­costanze in cui a turno vengono a trovarsi - rappresentano comunque minoranze rispetto al resto della società (che include astrattamente nel suo corpo so­ciale gli altri esclusi, diversi rispetto a quelli via via in questione).

Questo è precisamente ciò che conviene al capitale per differenziare le forme dell’antagonismo sociale e deviarle rispetto al carattere peculiare e immanente, specificamente determinato, del suo comando: il rapporto di produ­zione e di proprietà. In siffatta configurazione del contenzioso sociale, per­tanto, in nome dell’attenzione alle minoranze volta a volta sfavorite, viene rimossa la forma di quell’oppressione caratteristica e sempre attiva nel modo di produzione capitalistico che è lo sfruttamento del lavoro salariato. In ta­le rimozione si provoca così la dimenticanza del fatto, apparentemente banale, che lo sfruttamento capitalistico riguarda non minoranze particolari ma la maggioranza universale della popolazione mondiale affatto priva di proprietà. Sembra un paradosso - soprattutto nelle società del capitalismo “avanzato” e marcescente - dire che la prima difesa da organizzare sia quella delle maggio­ranze oppresse e non quella delle minoranze occasionali. Solo che si pensi al disorientamento delle masse, si capisce che non è così paradossale. Di qui - dall’oggettività di una maggioranza ormai mondiale - occorre ripartire.

Il risultato tangibile dello stato di cose fin qui descritto è questo. Da una parte, quella proletaria, si è dato un secolare parlare di internazio­nalismo, con alterne e incerte fortune e con esiti presenti a dir poco scon­fortanti. Dall’altra, quella borghese, si è assistito a un incessante agire in direzione dell’allargamento sistematico della sfera d’intervento del capitale, con fortune forse alterne ma sicuramente meno incerte e con esiti presenti a dir poco sconvolgenti. Il dominio del modo di produzione capitalistico si è esteso ormai praticamente, almeno sul piano qualitativo, all’intero pianeta. L’unificazione del mercato mondiale è avvenuta e manca solo il suo compimento quantitativo, il riempimento pratico di tutti i suoi pori. L’unico internazio­nalismo effettuale - si accetti dalla realtà storica questa provocazione - è a tutt’oggi quello del capitale. Tra il dire dei lavoratori e il fare dei padro­ni, c’è di mezzo il mare delle merci, del denaro e dei capitali.

Il capitale, tuttavia, è un rapporto sociale. Dunque, la totalità del mercato mondiale rappresenta la relazionalità internazionale del capitale con se stesso [molteplicità dei capitali particolari, concorrenza e anarchia della produzione, a fondamento delle crisi da sovraproduzione] e del capitale con il lavoro salariato [antagonismo di classe, antitesi tra lavoro morto e lavoro vivo e composizione organica del capitale stesso, a fondamento della caduta tendenziale del tasso di profitto]. Nei nessi contraddittori di codesta tota­lità, l’inter­nazionalizzazione del capitale - la sua universalità, direbbe Marx con Hegel - è dunque anche l’interna­zio­na­liz­zazione del lavoro salariato - la sua universalità in forma antitetica. Anzi, occorre essere più precisi: senza la prima, la seconda non sarebbe neppure pensabile e dicibile, giacché il lavoro salariato esiste solo come parte variabile del capitale totale.

Non a caso Marx [cfr. tra l’altro, Teorie sul plusvalore (III,f.858), Lineamenti fondamentali (Q.II,f.3), Il capitale (III,c.27)] pone il mercato mondiale al centro della sua analisi sulle caratteristiche epocali del modo di produzione capitalistico. Da un lato, la produzione di ricchezza astratta, va­lore, denaro (quindi la forma stessa del lavoro astratto) si sviluppa nella misura in cui il lavoro concreto, divenuto totalità di differenti modi di la­voro, abbracci il mercato mondiale. Questa trasformazione del lavoro contenuto nel prodotto in lavoro sociale - che è possibile soltanto sulla base del com­mercio internazionale e del mercato mondiale - è a un tempo la precondizione e il risultato della produzione capitalistica. Nel mercato mondiale, dunque, la produzione di valore è posta come totalità, così come ciascuno dei suoi momen­ti, in cui nello stesso tempo tutte le contraddizioni si mettono in movimento.

D’altra parte, la formazione del mercato mondiale - che, fino a un certo punto, il sistema capitalistico ha il compito storico di costituire - si pre­senta, proprio per le relazioni universali che stabilisce a livello interna­zionale, come fondamento materiale di una nuova forma di produzione. Quale sia immediatamente questa forma non è scritto certo nel libro del destino: occorre determinarla, e il diverso agire umano può conquistarne l’una o l’altra, a es., il socialismo di transizione o un dispotismo neo-corporativo. Ma è comun­que certo che le eruzioni violente della contraddizione del mercato mondiale, ossia le crisi, accrescano gli elementi di disfacimento del vecchio sistema della produzione sociale. Il mercato mondiale costituisce allora, insieme, la premessa e il supporto dell’intera trasformazione sociale, e le sue crisi rap­presentano il sintomo generale del superamento della premessa e la spinta all’assunzione di una nuova forma storica. Esso perciò - conclude Marx - si pone già come forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione.

Se, dunque, con l’espansione imperialistica transnazionale si accumula capitale su scala mondiale crescente, questa accumulazione si presenta neces­sariamente anche come aumento internazionale di capitale variabile. Ma “capi­tale variabile” non è altro che la maniera borghese, senza fronzoli, di chia­mare il proletariato [tant’è vero che, sia detto per inciso, con le crisi, li­cenziamenti e disoccupazione rappresentano il risvolto “umano” della necessa­ria distruzione periodica di capitale variabile]. È precisamente questa cir­costanza che racchiude la forma antitetica del processo sociale di internazio­nalizzazione. Riproducendo se stesso su scala allargata, è il capitalismo la sola forza capace di produrre anche il proletariato mondiale come classe.

Qui si evidenziano i nodi teorico politici da sciogliere per rispondere alle questioni del socialismo del dopo 1989. In primo luogo, che sia il capi­tale transnazionale a costituire il proletariato mondiale come classe in sé non significa affatto che ciò coincida con la capacità per sé del proletariato stesso di produrre coscienza antagonista per costruirsi come soggetto storico rivoluzionario; ben altre condizioni oggettive occorrono per sviluppare la soggettività adeguata ai compiti di trasformazione sociale. In secondo luogo, quindi, si capisce perché la grande borghesia multinazionale operi con tutti i mezzi culturali e di comunicazione di massa per l’occultamento ideologico del­la fondamentale antitesi tra capitale e lavoro, rendendo invisibile il proprio comando agli occhi accecati dei sudditi; e in ciò si avvale scaltramente delle orde di pentiti e delusi del marxismo, che gabellano per nuova la loro instan­cabile ricerca di “teorie” o “interpretazioni” alternative quanto stantìe.

In terzo luogo, tali quesiti sulla soggettività di classe naufraghereb­bero essi stessi nel grande mare delle domande senza risposta o, peggio, con risposte unilaterali e fuorvianti, se tale soggettività non fosse indagata a fondo; e ciò può essere fatto solo sulla base dello studio delle condizioni oggettive dell’attuale fase di trasformazione sociale generale delle attività di lavoro, capaci di definire in maniera diversificata la collocazione dei la­voratori e la composizione di classe a livello mondiale. In quarto luogo, in­fine, proprio a partire dal­l’esigenza di ristrutturazione del processo di pro­duzione, il capitale transnazionale ne ridefinisce la forma in funzione della grande rivoluzione industriale dell’automazione del controllo; e in ciò si in­serisce la duplice flessibilità di lavoro e macchine, che tendenzialmente con­figura uguali condizioni di lavoro per il proletariato su scala mondiale, tali da rendere per esso reale, e non solo ideale, l’unificazione nelle lotte. Le questio­ni sollevate sono di grande importanza e richiedono una lunga elabora­zione teorica e politica, da non rinviare ulteriormente. Qui si può comincia­re, risalendo a ritroso, a svolgere qualche considerazione preliminare.

 

  • La nuova organizzazione imperialistica del lavoro

 

Si è detto che il capitale tende oggettivamente all’unificazione del proletariato mondiale (come classe in sé). Se di ciò il proletariato stesso non ha ancora coscienza, nondimeno siffatto processo può fare molto di più di qualsiasi, pur apprezzabile ancorché del tutto insufficiente, manifestazione di “solidarietà” romantica tra poveri. Certo, quell’oggettiva unificazione è ancora tutta dentro l’ottica del capitale, che nelle articolazioni locali del proletariato mondiale riesce proprio per ciò a trovare e imporre il consenso coatto neocorporativo. In questo senso, il neocorporativismo è il modello sociale che meglio integra il Nuovo Ordine del lavoro - in quanto apparente­mente interclassista o aclassista, fondato sul consenso coatto, sulla rappre­sentazione della partecipazione come “democrazia industriale” o “democrazia economica”, sulla parvenza dell’autocon­trollo di produzione e retribuzione - organizzando la centralizzazione assoluta del comando in forma di delega rigo­rosamente fiduciaria e coercitiva. Ma la base materiale di tale trasformazione sociale, come si è accennato, sta nel processo di ristrutturazione di lavoro e macchine. La peculiarità dell’esperienza “giappone­se”, pertanto, deve essere ricondotta in un contesto categoriale, altrimenti si rischia di non capire che il neocorporativismo sta innanzitutto nella trasformazione del processo di lavoro entro il modo di produzione, e non solo nella tecnica o nelle risultan­ze giuridico-istituzionali.

Quell’esperienza - che potrebbe quasi chiamarsi giapponesismo - ha oggi una valenza universale, come l’americanismo osservato da Lenin e Gramsci in questo secolo o la rivoluzione industriale inglese cui si riferiva Marx. Il suo nucleo - che è quello della seconda grande rivoluzione industriale [dell’automazione informatica e telematica del controllo] caratterizzata come “elevazione” del fordismo - sta precisamente nella doppia flessibilità, simulta­nea, di lavoro e macchine. La possibilità di subordinare in ogni punto il pro­cesso di lavoro al rapporto di capitale è data proprio dal superamento della rigidità della linea della fabbrica o del­l’ufficio tayloristici, dopo che sia stata superata l’omologa rigidità dell’uso della forza-lavoro. Questo è quanto ha sperimentato concretamente il Giappone con grande anticipo rispetto ai con­correnti imperialisti. Su tali basi il corporativismo storico ha potuto essere riesumato su nuove fondamenta materiali. Per tal via le forme del salario si sono potute adeguare alle esigenze moderne della produzione di plusvalore: il cottimo, diceva già Marx, è ciò che corrisponde meglio al concetto di capita­le, coartando il lavoratore all’autocontrol­lo dello sfruttamento. Ciò che la Grande Corporazione Mondiale chiama partecipazione è in realtà ricatto.

La nuova organizzazione del lavoro che ha assunto sembianze giapponesi non va percepita come modello, ma in quanto forma prevalente su scala planeta­ria del sistema produttivo capitalistico contemporaneo. Come sua figura oggi dominante, essa informa di sé il mercato mondiale, permeandolo con tempi di­versi secondo le diverse modalità sociali e culturali, ma configurandosi globalmente come Nuovo Ordine imperialistico del lavoro. Anche sul piano politico e istituzionale, oltre che economico e sociale, esso sembra costituire il prototipo cui il sistema capitalistico internazionale può ricorrere per riproporre ovunque il medesimo nuovo ordine corporativo, a fondamento del quale sta la ridefinizione di quel nuovo ordine del lavoro.

Per affrontare la questione politica dell’internazionalismo proletario è opportuno individuare il fulcro dell’esperienza giapponese antesignana di al­tri sviluppi su scala mondiale. Comunemente si ritiene che il segreto del suc­cesso della ristrutturazione “alla giapponese” vada ricercato nelle nuove tec­nologie delle macchine informatiche: nulla di più inesatto o approssimativo. La nuova organizzazione scientifica del lavoro - ché di ciò realmente si trat­ta, quando si esaminano le procedure che Taiichi Ohno ha escogitato, mutuando­le e sviluppandole dal taylorismo - s’incentra essenzialmente nel pieno e incondizionato recupero di comando sul lavoro da parte del capitale. Alla cen­tralità del lavoro, dunque, alla sua organizzazione e al suo rapporto di capitale, è necessario riferirsi per considerare tutte le conseguenze che ne hanno imposto l’esemplarità, fornendo la risposta, adeguata alla contemporaneità, alla questione permanente dello sfrut­tamento del lavoro salariato.

In ogni fase del modo di produzione capitalistico, tale adeguatezza è stata costantemente ricercata nella flessibilità del lavoro. L’esperienza nip­ponica conferma, ancora una volta, che la ritrovata fluidità e flessibilità sociale della forza-lavoro riesce ad affermarsi solo a seguito dell’incondi­zionata vittoria del capitale, con la disgregazione di ogni forma di opposizione proletaria. Solo così si avvia il processo in grado di trasporsi stabil­mente in flessibilità lavorativa con la mediazione della flessibilità del nuo­vo sistema di macchine, prodotto e messo in produzione con la seconda grande rivoluzione industriale dell’automazione del controllo. La doppia flessibilità in questione - cui dianzi si è fatto cenno, come criterio portante di analisi - si presenta dunque come “elevazione” del taylorismo, i cui principî, per ammissione dello stesso Ohno, non sono affatto annullati, ma conservati nella loro trasformazione. L’automazione informatica sufficiente per la ristrutturazione del processo di produzione e accumulazione, non a caso, è stata finora quantitativamente limitata. La nuova rivoluzione industriale è ancora sulla soglia di partenza, pur se con grandi prospettive di diffusione planetaria.

Già così, tuttavia, sono apparsi superabili i vincoli posti dalla rigi­dità della grande fabbrica. All’automa meccanico - di cui già parlava Marx sulla scorta degli studi di Ure e Babbage - il taylorismo e il fordismo aveva­no aggiunto soltanto le condizioni pratiche per il raggiungimento della soglia estrema consentita da quel particolare sistema di macchine. Non c’era nulla, cioè, di qualitativamente nuovo. Forse qui stanno i motivi per cui la rigidità del sistema di macchine della linea di montaggio tayloristica ha mostrato pre­sto i suoi limiti, in concomitanza con la capacità operaia di esprimere una propria rigidità. Le lotte sviluppate su questo tema, quindi, hanno bloccato la forzosa flessibilità lavorativa corrispondente alla grande fabbrica.

La risposta capitalistica ha forse tardato un po’ a manifestarsi - a causa della perdurante situazione di crisi economica mondiale - ma è stata precisa nella direzione intrapresa. [I delusi della sinistra, che amano indu­giare oggi sul cosiddetto post-fordismo, non devono trarre e trarsi in inganno sul fatto che la nuova organizzazione scientifica del lavoro preluda a un qualche superamento del rapporto capitalistico di produzione e di lavoro: quelle sono le sirene ideologiche della “partecipazione” consociativa, masche­re grottesche del neo-corporativismo]. L’obiettivo del capitale, sotto mutate spoglie, rimane quello dell’efficienza del fattore lavoro.

È significativo che questo obiettivo costituisca precisamente il punto di massima attenzione indicato dagli esperti giapponesi ai dirigenti capitali­stici di tutto il mondo. I principali vantaggi [minori costi e maggiore pene­trazione nei mercati] si ottengono riorganizzando proprio il processo lavora­tivo (con lavoro multifunzionale), in quelle fasi di attività umana interposta tra una macchina e l’altra. L’osservazione è stata concentrata sull’eliminazione di tutte le forme degli sprechi - di tempo, di materiali, di spazio. Per questo tipo di ristrutturazione è necessario portare al massimo grado l’aumento della scala di produzione. Ciò spiega, parallelamente, l’enorme processo di centralizzazione nelle grandi imprese transnazionali - al vertice di una pira­mide di subfornitori via via più piccoli, fino al lavoro a domicilio, tutto in una rigida subordinazione gerarchica che ridefinisce la divisione internazionale del lavoro e del proletariato mondiale.

La nuova organizzazione imperialistica del lavoro, che ormai ognuno sen­te passare quasi quotidianamente sotto il nome insulso di qualità totale, non esprime altro che la mistificazione della nuova organizzazione flessibile di lavoro e macchine (raddoppiata poi nella flessibilità del salario). Scopo ul­timo dell’accumula­zione del capitale, infatti, è mettere in grado il capitalista di ottenere, con il medesimo esborso di capitale variabile, una maggiore quantità di lavoro. Nella dialettica del capitale, dunque, all’aumento di la­voro fa riscontro la diminuzione di salario, per giungere a estorcere una mag­giore quantità di pluslavoro non pagato. L’aumento di lavoro - per intensità e durata - è perseguito con procedure sempre più attente e sofisticate, che i tecnici industriali moderni catalogano come metodi di “produzione a livello mondiale” [in americano wcm, ovvero world class manufacturing].

Sotto simili etichette rientrano diversi gruppi di metodi di lavoro, per la cui illustrazione è sufficiente qualsiasi pubblicazione specialistica di settore. Se ne può ricordare qualcuna, per dare il senso della questione e, soprattutto, per indirizzare la riflessione sulla comprensione di quelle pro­cedure che in tendenza unificano oggettivamente le condizioni di lavoro dei proletari di tutto il mondo, nelle fabbriche, nelle officine, anche nel lavoro a domicilio, negli uffici o nei laboratori. Si tratta di varie tecniche di ge­stione e direzione del processo di lavoro che mirano ad aumentare intensità e condensazione del lavoro [e non la produttività, che significherebbe ottenere lo stesso risultato produttivo con minore fatica e lavoro, sostenuto da mac­chinari più efficaci].

Molti, ormai, avranno sentito parlare di just in time o, più recentemen­te, di time to market, come pratiche di produzione commisurate in tempo reale alle capacità di assorbimento del mercato, onde evitare eccessi di produzione, sia nei prodotti finiti che nei semilavorati. È assurto a notorietà anche il cosiddetto metodo del “cartellino” (che i giapponesi chiamano kanban) utiliz­zato dai lavoratori di ciascun reparto o ufficio o impresa di subfornitura per indicare con precisione assoluta il fabbisogno di pezzi da lavorare e produrre secondo le richieste del just in time. Per raggiungere con la massima flessi­bilità del lavoro e con i minori costi gli obiettivi ora esposti, il capitale è riuscito a finalizzare la simmetrica flessibilità delle nuove macchine auto­matiche utilizzando il lavoro in forme multifunzionali. Introducendo quelle che vengono chiamate linee a U, al posto della catena di montaggio a trasferta rigida, ogni lavoratore è chiamato a svolgere una pluralità di mansioni, se­condo le esigenze del capitale, per motivi tecnici o per sostituire compagni di lavoro assenti o impediti, senza sprechi di tempo.

A tutto ciò si accompagna una fortissima tendenza all’eliminazione delle scorte, alla definizione selettiva e gerarchizzata di una rete di subfornito­ri, molto più strutturata - anche per ciò che riguarda la gestione della mano­dopera - del tradizionale “indotto” [prevedendo forme nuove di mobilità gerar­chica di lavoratori in eccedenza “prestati” dall’impresa principale ai subfor­nitori]. Le esperienze fatte hanno dimostrato che, con questa nuova organizza­zione scientifica del lavoro, i capitalisti hanno ottenuto risparmi di tempo di lavoro fino al 40%. Aspirazione del capitale è portare quest’ultimo a coin­cidere col tempo di produzione: la costrizione all’aumento della durata e dell’intensità (attraverso straordinari, saturazione di tempi, turni, cicli continui, cottimi, ecc.) testimonia dell’intero processo di comando del capi­tale sul lavoro, la cui clausola sta nel ricatto salariale.

 

  • L’economia del ricatto e la ristrutturazione di classe

 

Questa nuova organizzazione del lavoro si sta rapidamente diffondendo in tutti i punti efficienti dei nuovi investimenti di capitale, senza distinzione di comparto industriale o di localizzazione dell’attività. Partita - come sem­pre nella storia dell’industria moderna - dal settore meccanico (e ancora una volta, in particolare, da quello automobilistico), essa oggi può estendersi anche ad altre attività manifatturiere, uffici e servizi [si ha conoscenza di applicazioni nell’abbigliamento o nell’elettronica, come pure nella programma­zione telematica o nella ristorazione]. D’altronde, quando il nuovo investi­mento vuole essere competitivo (come si suol dire), la medesima organizzazione si ritrova a Tokyo a Melfi o a Pordenone, a Hong Kong a Silicon Valley o a El Salvador. Proprio il successo che il capitale mondiale vuole perseguire impone siffatta omogenizzazione che, al polo opposto, si trasmuta in unità oggettiva delle condizioni di lavoro, prima, e di vita, poi, del proletariato mondiale.

In tutto il mondo, ormai, prevale la tendenza all’incertezza dell’occu­pazione (o quanto meno della sua pienezza e continuità). Il posto di lavoro fisso riguarda un numero sempre più piccolo di persone (condizionato alle pro­spettive di carriera). Con la raggiunta flessibilità di lavoro e occupazione diventa sempre meno rilevante il ricorso alla “disoccupazione”, intesa in stretto senso keynesiano. Laddove essa è ancora praticata - eventualmente an­che attraverso forme di passaggio, come la cassa integrazione - è perché il lavoro non è divenuto abbastanza flessibile, capitalisticamente parlando. In­fatti - selezionata un’aristocrazia proletaria leale e affidabile - il capita­le può agevolmente contare su una stragrande maggioranza di lavoro inferiore, marginale precario e non garantito, sempre più ricattabile e asservibile. Essa rappresenta sul mercato del lavoro quella componente stagnante (e in parte la­tente) dell’esercito industriale di riserva, di cui parlava già Marx, ma oggi divenuta forma dominante [cfr. ancora Il Capitale (I,c.23)].

Per garantirsi simili risultati il capitale, come accennato, raddoppia la flessibilità del lavoro in flessibilità del salario, che diventa così - pur nella sua assoluta negatività per i lavoratori - un ulteriore elemento comune della forma di relazioni produttive internazionali. I meccanismi salariali escogitati garantiscono solo una minima parte della retribuzione, in termini nominali, senza automatismi. Il salario sicuro tende a essere circa la metà di quanto sarebbe la busta paga in condizioni normali di crescita economica. Ai lavoratori, insomma, viene tolto ciò che ritenevano acquisito, imponendo loro di ricontrattare volta a volta il rendimento produttivo, per recuperare al massimo il maltolto. [Il sindacalismo neo-corporativo italiano è subito diven­tato maestro in ciò, presentando la sua subordinazione al padronato come esi­genza di “recupero della contrattazione” entro la cosiddetta riforma del sala­rio. Non a caso la “saggezza” dei capitalisti giapponesi si esprime nel motto: “il successo sta nel pieno controllo dell’impresa sul sindacato”!].

Grazie alla ideologia della qualità totale tutta la quota salariale in­sicura e oscillante è subordinata al principio della partecipazione (o code­terminazione, cogestione, consociativismo, che dir si voglia, e via di seguito co-imbrogliando in memoria del corporativismo). In realtà, si è visto che si tratta di “partecipare” solo al ricatto dei risultati di una produzione asso­lutamente incontrollabile, nelle sue linee strategiche, da parte dei lavorato­ri. Senza codesta partecipazione al ricatto non si ottiene il salario dovuto. Tutto ciò non è che la ricaduta inesorabile di quella organizzazione del lavo­ro e della produzione, che prevede un’estrema individualizzazione del salario al fine di spezzare quell’omogeneità di condizioni altrimenti raggiunta.

Prevale oggi praticamente - e per la prima volta su scala mondiale - quella logica “premiale” che già Marx individuava nel cottimo [cfr. sempre Il capitale (I,c.17)]. È questa, diceva, la categoria generale più adeguata al capitalismo moderno - in quanto impone al lavoratore salariato, per ottenere il salario stesso, la sollecitazione a intensificare il proprio lavoro, senza che occorra un controllore esterno. Marx stesso la considerava la forma più dura di autosfruttamento. Al di là delle sue forme particolari di attuazione - e ai falsi nomi sotto cui viene celato (partecipazione agli utili, codetermi­nazione dei risultati, azionariato popolare, e via mistificando) - il cottimo rinvia alla “parvenza” di lavoro già oggettivato secondo la capacità di rendi­mento del lavoratore. Ora che l’autocoercizione consensuale della logica cot­timista è stata fatta passare dal lavoratore singolo alla nuova organizzazione scientifica del lavoro e all’intero sistema produttivo sociale, è lecito chia­mare questa forma moderna di salario a incentivo cottimo corporativo.

Ora, in un simile quadro, si può capire meglio quanta importanza abbia la conoscenza approfondita delle nuova forma di relazioni produttive [organiz­zazione e divisione internazionale del lavoro, centralizzazione finanziaria e decentramento produttivo, forme contrattuali salariali e non salariali], ai fini dell’individuazione delle condizioni oggettive dell’internazionalizzazio­ne del proletariato. Al di là delle chiacchiere sulla qualità totale, il si­gnificato universale del Nuovo Ordine del lavoro è racchiuso nella capacità di lotta che - procedendo finora a senso unico - appare unilateralmente sintetiz­zata e nascosta nel dispotismo assoluto del capitale sull’organizzazione del processo sociale di produzione e di lavoro. La pacifica convivenza sociale e collaborazione nazionalcorporativa, che appare alla superficie, è ovunque il risultato di una fase terribile di lotta di classe vinta dalla borghesia.

Il dispotismo del capitale che costringe i lavoratori alla dipendenza da sé si riconduce a una fondamentale condizione: l’espropriazione dei lavoratori dalle loro condizioni oggettive di lavoro. Come dice Marx [cfr. Il capitale (I,c.9)], “all’interno del processo di produzione, il capitale si è sviluppato in comando sul lavoro”. In altri termini, questa dipendenza effettiva si defi­nisce insieme alle circostanze che rendono i lavoratori affatto privi della proprietà reale (ossia, del controllo) delle condizioni del proprio lavoro. Non è forse inutile sottolineare come tali condizioni non siano rappresentate solo dai mezzi e oggetti della produzione e della sussistenza, ma includano altresì tutti gli elementi sociali per acquisirli (in primo luogo il denaro, non in quanto tale, ma come valore in processo, da trasformare in capitale), come pure le conoscenze personali e collettive di carattere tecnico e scienti­fico, e le capacità e disponibilità di organizzazione della produzione.

Ripetere oggi queste osservazioni sulla assoluta mancanza di proprietà delle condizioni di lavoro da parte dei lavoratori non è affatto superfluo. Il potere del capitale è riuscito a tal punto a dis-incantare molti cosiddetti “intellettuali di sinistra” - i famigerati Tui di brechtiana memoria - da con­durli, nella delusione o nel pentimento, a rappresentare un mondo in cui la proprietà non conterebbe più niente (o sarebbe “diffusa” a tutti). Il sociolo­gismo borghese all’americana la fa da padrone, esaltando il lato formale “par­tecipativo” degli sviluppi contemporanei del capitalismo mondiale. In tale raffigurazione si occulta proprio la parvenza reale dell’effettiva dipendenza salariale, dileguata così in falsa concretezza di ruoli lavorativi, facendo subentrare al suo posto la ir-reale parvenza della in-differenza di tutti.

Viceversa, ancora oggi, il processo sociale, la composizione di classe della società, la coscienza di ciò, si comprendono solo a partire dalla consi­derazione che sempre più - nonostante le apparenze contrarie - il lavoratore moderno deve vendere la sua capacità di lavoro ad altri. Alienandola per un salario, mette pro tempore la sua volontà a disposizione della classe capita­listica (personificata dai suoi agenti, diretti o delegati, eventualmente essi stessi dipendenti ad altro titolo, come dirigenti intermedi e quadri). Dunque si capisce come, in questo quadro di riferimento, lavoro dipendente (dal capi­tale) sia tutto quello le cui determinazioni economiche e sociali sono sotto­messe realmente al comando del capitale stesso. Ciò vale in senso proprio, in quanto questa sottomissione reale è necessariamente diretta. [Dal rapporto sa­lariale, cioè, restano escluse le pur numerose residue attività effettivamente “autonome” e non capitalistiche, anche quando vengano condizionate dal modo di produzione capitalistico, ma non dal rapporto di capitale in quanto tale].

Soprattutto oggi, perciò, è fuorviante il riferimento ai criteri corren­ti - allorché si prenda in considerazione il lato formale di qualsiasi nuovo lavoro, e di quello formalmente “autonomo” in particolare. Nella maggior parte di quei nuovi lavori che non appaiono come dipendenti, quella forma non è al­tro che la veste necessaria sia, innanzitutto, per ridurne costi e oneri (con­trattuali, indiretti e sociali), sia, anche, per occultare la crescita di co­mando del capitale in una parvenza di autodeterminazione. Per confortare que­sta interpretazione, basti pensare come anche tutti quei lavori così conside­rati, non solo quello operaio, non siano mai più lavoro individuale, bensì lavoro sociale del lavoratore collettivo. Il rapporto di capitale stabilisce all’inizio del processo di produzione le funzioni attribuite ai lavoratori, le coordina e se ne avvale gratuitamente, a loro insaputa. Esso è un rapporto di massa, stabilito tra classi funzionalmente definite, che proprio su queste ba­si oggettive possono essere oggi individuate teoricamente e politicamente.

L’attualità di questa analisi ha grande spessore politico proprio nella misura in cui sottolinea la contraddizione della condizione storica del rap­porto di capitale, che presuppone la libertà e indipendenza del lavoratore su cui si fonda l’uguaglianza formale dello scambio. Particolarmente oggi - in un momento in cui si esaltano i lati formali di codesta indipendenza e libertà del rapporto di capitale, mostrato alle masse come unico possibile, assoluto, insostituibile ed eterno - ciò serve per disvelare il comando reale che sta in agguato dietro la forma. Se, da un lato, il comando reale si concentra sempre più nella “dittatura” imperialistica della grande borghesia multinazionale sulle masse della popolazione e del proletariato mondiali, d’altro lato, la “libertà” - pur storpiata e rattrappita, falsata e rabbassata a mera forma - del lavoro salariato pone le condizioni oggettive progressive di emancipazione degli individui sociali, in quanto determina la rottura degli antichi legami di dipendenza personale e dispotica dei lavoratori dai loro “padroni”.

Dunque, affinché l’oggettiva internazionalizzazione capitalistica del proletariato si trasformi soggettivamente in internazionalismo proletario, è necessario che i comunisti sappiano considerare in quali forme e in che misura oggi si manifesti il comando del capitale - con ciò intendendo la disposizione sul pluslavoro altrui non pagato, non semplicemente sul lavoro, in un modo che differisce dalle epoche precedenti. Le considerazioni sulla perdita di qualità dei contenuti, dei risultati e dei prodotti del lavoro, e conseguentemente sulla perdita di senso, identità, intraprendenza e soddisfazione del lavora­tore, rimarrebbero nella superficie empirica della quotidianità, se non fosse­ro a un tempo fondate sul carattere determinante astratto della loro forma sa­lariata, in una inscindibilità dialettica dei due poli.

Nella persistenza attuale della categoria di merce della forza-lavoro - e non unilateralmente nel lavoro come tale, dunque - si trova la chiave per intendere compiutamente l’intera articolazione sociale e di classe delle forme reali di lavoro. Queste, infatti, altro non sono che il valore d’uso espresso da quella peculiare merce. Il lavoratore che dipende direttamente dal comando del capitale estrinseca il suo rapporto come salario - quale che sia dunque la forma assunta dalla retribuzione della sua capacità di lavoro prestata ad al­tri [a parte alcuni casi ibridi e alcune forme di passaggio, la cui complican­za euristica non può scalfire la distinzione concettuale]. In questo àmbito, poco importa se il lavoratore salariato sia produttivo (in quanto occupato nella produzione immediata, non necessariamente come operaio), ovvero impro­duttivo (in quanto occupato efficacemente nella circolazione, come produzione complessiva) di plusvalore; mentre la questione medesima ha rilevanza in rela­zione alla collocazione entro il proletariato, nei diversi spezzoni di classe. Così pure, il lavoro svolto può indifferentemente prevedere attività fisiche manuali, cerebrali o intellettuali, senza che ciò incida minimamente sulla na­tura sociale del rapporto di salariato del capitale. [E men che niente conta il fatto che il lavoro sia “utile” oppure no, ciò che riguarda giudizi etici e non economici capitalistici: se il capitale lo “compra”, tanto basta].

Tutti i lavoratori salariati, la cui sopravvivenza dipende ancora fonda­mentalmente da siffatte condizioni, sono parte costitutiva del proletariato e sono perciò soggetti allo sfruttamento capitalistico. L’eventuale “primato” della sezione operaia, entro il proletariato complessivo, si gioca semmai sul­la peculiarità che lì il rapporto di sfruttamento può assumere, per la produ­zione immediata di plusvalore: da ciò, infatti, può derivare una più chiara coscienza del comando del capitale. Le forme attualmente prevalenti del coman­do sul lavoro permangono dunque entro la definizione del rapporto di capitale. Su scala mondiale il numero di coloro che viene via via a trovarsi in simili condizioni è continuamente in crescita. Su queste basi, evitando di rimanere impigliati nelle apparenze, le classi sociali si ridefiniscono a livello mon­diale [tenendo conto delle numerose nuove figure intermedie].

 

  • Le contraddizioni del nemico di classe

 

La dis-uguaglianza del rapporto di capitale - dietro la manifestazione dell’uguaglianza dello scambio salariale - si fonda proprio sul comando e sul­la disposizione della altrui volontà, nell’uso della capacità di lavoro e plu­slavoro altrui. Questo carattere duplice - peculiare della riduzione a merce della forza-lavoro - è il segno epocale che distingue in maniera esclusiva il modo capitalistico della produzione sociale. Onde evitare fraintendimenti, è importante considerare la circostanza per cui tale carattere verrebbe meno - lasciando il posto a forme di relazioni immediatamente e formalmente dispoti­che - qualora cessasse la competizione tra i molteplici capitali particolari, ossia quella molteplicità medesima. Nessuno può negare che entrambe quelle condizioni costitutive sussistano ancora oggi. Anzi, esse crescono per esten­sione e forza su loro stesse - certo in forme mutate e più contraddittorie, sia dal lato dei lavori svolti, sia da quello del mercato mondiale di concor­renza tra monopoli transnazionali - confermandosi nella capacità del capitale di imporre al lavoro sociale la dipendenza reale nella doppiezza di uguaglian­za, libertà e in-dipendenza giuridico-formale.

L’ultima conferma storica di ciò risale a quindici anni or sono, al­lorché l’imperialismo multinazionale è riuscito a eliminare senza pietà la ca­pacità di lotta e l’identità stessa dei proletari. [Gli ultimi strascichi si sono avuti con i “fuochi” del 1989 per la conquista dell’Europa centro-orientale, ma quando ormai il proletaria­to mondiale, compreso quello dell’area del realsocialismo, era in rotta totale]. Così, i tre attori principali del mercato mondiale capitalistico - il Giappone, gli Usa e la Germania - dopo aver cancellato anche la pallida ombra dello spettro che si aggirava ancora per l’Europa, sono riusciti a dettare le regole dello scontro, spostando però il regolamento di conti all’interno della tripolarità imperialistica. Tutta­via, fin dall’inizio del­l’ultima crisi dell’era americana, un quarto di secolo fa, lo scontro interimperialistico - per definizione - non ha potuto limitarsi al confronto diretto tra i tre poli dominanti. Il loro raggio d’azione attra­versa l’intero mercato mondiale, provocando sempre più spesso situazioni di collisione. Ma i signori del pianeta non possono (ancora) permettersi che una eventuale collisione diretta travalichi la dimensione economica, commerciale, ambientale, ecc., assumendo i caratteri militari. È così che la loro falsa concordia e collaborazione reciproca si traduce subito in reale accordo sulle ricordate nuove forme di comando sul lavoro: con la peculiarità del­l’epoca contemporanea di offrire un’immagine di solidarietà neocorporativa tra le classi sociali, all’interno di ciascun paese e nel mondo intero.

Ma le cose non stanno realmente così, nel mercato mondiale dell’imperia­lismo transnazionale. Esso è sempre più attraversato proprio dalle stesse con­traddizioni - ora più quelle interne alla classe dominante che non quelle tra le classi - che l’ideologia del capitale nega, nasconde o lascia fraintendere. Infatti, il grande - e anche il solo - successo del capitale mondiale negli ultimi quindici anni è consistito proprio nella rammentata capacità di spezza­re provvisoriamente la forza della classe antagonistica, sconfiggendola ovun­que, e annullandone coscienza e identità. Tuttavia codesto, appunto, è per ora l’unico vero successo del capitale nella fase della sua più prolungata e pro­fonda crisi di questo secolo (e forse della sua intera storia moderna). In ef­fetti, il vero grande problema attuale dell’imperialismo sovranazionale è di non riuscire a stringersi in un polo unico. Né, verosimilmente, potrà mai riu­scirci, in quanto capitale.

La contraddizione intrinseca al capitale stesso è proprio questa: non poter ridurre all’uno il molteplice. Di qui procedono tutti i suoi tentativi di risoluzione delle proprie contraddizioni, per porre via via nuovi fondamen­ti al suo stesso modo di produzione. Al Nuovo Ordine mondiale del lavoro è dunque affidato il compito di rovesciare le contraddizioni interimperialisti­che sui proletari di tutti il mondo, coartando il loro stesso consenso. In ciò rientrano, pertanto, le tendenze concilianti e consociative, che si risolvono nel corporativismo vecchio e nuovo - fino a una possibile fuga, in prospettiva lunga, al di là dello stesso modo capitalistico della produzione sociale, ver­so una nuova forma classista di società dispotica e autocratica.

Ma le ricorrenti espressioni di conflittualità (non solo) economica tra capitali, stati, nazioni, indicano la misura in cui quei tentativi di risolu­zione non si siano compiuti. L’attuale forma tripolare del potere imperiali­stico - a lungo ignorata, soprattutto dalla sinistra che preferiva trincerarsi dietro la meschina reiterazione della tesi dello scontro politico militare tra le due superpotenze, americana e russa, nonostante che fosse stata chiaramente annunciata dalla grande borghesia multinazionale come l’evento di grande mo­mento degli anni settanta - è il segno tangibile di quella conflittualità. Ma­turatosi lo sviluppo della crisi, tra le diverse manifestazioni di supposta risoluzione della contraddizione, dopo quest’ultimo quarto di secolo si sono venute consolidando due tendenze, contrapposte ma entrambe necessarie.

Da un lato, si va consolidando la costruzione del Nuovo Ordine Mondiale corporativo [in cui è ora inclusa anche l’area dell’ex realsocialismo, che og­gettivamente è quasi sempre stata parte integrante del mercato mondiale, anche se finora in forma anomala]. Tale tendenza è da considerare come processo uni­versale, la cui effettuazione, tuttavia, non può che verificarsi attraverso ambiti locali e nazionali, attraverso grandi riforme istituzionali (nel mi­gliore dei casi) o guerre regionali (nel peggiore). D’altro lato, si evidenzia sempre più la conflittualità tra i molti capitali sul mercato mondiale [una conflittualità per molti versi ancora latente, se pur crescente, e ancora lon­tana da una sua risoluzione, significativa di una qualche stabilità]. Tale conflittualità tra capitali finanziari transnazionali non può che essere me­diata - se del caso, anche con la forza - da quella tra stati nazionali.

Il nuovo ordine mondiale corporativo tenta una sintesi nell’unificazione del mercato mondiale, che - in mancanza dell’impossibile soppressione della molteplicità capitalistica - prova almeno a regolare l’interna­zionalizzazione del proletariato a esclusivo vantaggio dell’internazionalizzazione del capita­le. Questo è l’ultimo vulnerabile tentativo di accordo tra i capitali in lot­ta, per rinviare ulteriormente lo scontro. Si tratta ancora di un processo aperto, che si è svolto a tappe: la crisi avviatasi in Usa alla metà degli an­ni ‘60 [fenomeno che, tra le altre conseguenze, ha causato anche il rinvio dell’unificazione europea]; la controffensiva imperialistica della metà degli anni ‘70 [prevalentemente ancora americana, sul piano politico, che proprio attraverso Kissinger riformulò per la prima volta nel secondo dopoguerra la parola d’ordine corporativa del Neue Ordnung mondiale; mentre, in termini eco­nomici produttivi, tale disegno si consolidava nella ristrutturazione giappo­nese del processo lavorativo]; la redistribuzione monetaria degli anni ‘80 [in cui dall’espor­tazione del credito che ha creato il problema del debito estero, si è passati a quell’“esportazione interna” di capitale (per dirla con Gros­smann) che è la speculazione monetaria e borsistica, senza ovviamente porre le condizioni per risolvere la contraddizione]; da ultima, all’avvio degli anni ‘90, la soluzione finale della guerra fredda e dell’anomalia realsocialista.

I fatti di questa storia venticinquennale della crisi irrisolta indicano chiaramente anche le categorie della crisi, da cui emergono gli elementi di conflittualità tra i tre poli imperialistici: sovraproduzione, caduta del tas­so di profitto, concorrenza, segnarono gli anni ‘60; arresto dell’accumulazio­ne, riproduzione dell’esercito di riserva, in tutte le sue forme (e non solo della disoccupazione in senso keynesiano), precedettero la ristrutturazione della seconda grande rivoluzione industriale, a partire dagli anni ‘70; cen­tralizzazione finanziaria ed espropriazione dei capitali dispersi, e del ri­sparmio, caratterizzarono il monetarismo degli anni ‘80; spartizione e allar­gamento del mercato mondiale, infine, furono la conseguenza che si protrae nelle forme della guerra economica, a segnare l’avvio degli anni ‘90.

Le contraddizioni tra Giappone, Europa e Usa si estendono alle rispetti­ve aree di influenza, asiatica, europea e americana. Qui rientra il contenzio­so mediorientale, la contraddizione islamica, la riconquista dell’A­frica, la normalizzazione dell’America latina. L’Onu predica investimenti diretti nel terzo mondo, anche come antidoto contro i rischi delle migrazioni verso i pae­si imperialisti. Ma tutto ciò non basta a esorcizzare l’effetto boomerang che gli improvvidi capitalisti hanno attirato su loro stessi dopo aver demolito - solo per cercare di sopravvivere qualche anno di più - le fonti di produzione dei paesi dominati. A chi ha distrutto anche la propria base produttiva, come gli Usa, non resta che la minaccia a mano armata. Ma se New York piange, Ber­lino e Tokyo non ridono: una perdita del 40% per le magiche industrie automo­bilistiche giapponesi, o un disavanzo interno di 50 mila miliardi di lire, sia in Germania sia in Giappone, avranno pure un qualche significato.

Su queste basi, il processo continuo di conflittualità irrisolta genera il protezionismo delle legislazioni antimonopolio e commerciali, in chiave di difesa dei capitali provenienti dalla propria base nazionale. Le contraddizio­ni interimperialistiche si presentano, così, mediate dalle contraddizioni tra stati nazionali. Quando i bollettini di borsa lamentano il precario stato di salute dell’economia, ciò vuol solo dire che mancano ancora le condizioni per il riassetto generale dell’accumulazione mondiale. Ovvero, per meglio dire, quando i padroni sollevano in codice il falso problema della mancanza di “ri­sparmio”, facendo intendere che il denaro si sperda per altre vie, nei “buchi neri” dei bilanci statali, significa in chiaro che i tempi e i modi per la ri­presa della produzione di plusvalore risultano ancora inadeguati.

In effetti, dal quadro per più versi contraddittorio, qui infine somma­riamente delineato, emerge con lampante evidenza quale sia l’unico collante economico, sociale e politico a disposizione temporanea dell’impe­rialismo transnazionale. Parafrasando e generalizzando il ricordato motto delle imprese giapponesi, è solo controllando pienamente il consenso popolare del proleta­riato che il disegno del Nuovo Ordine imperialistico mondiale può avere suc­cesso. Sta dunque al proletariato stesso cercare di far disseccare quel col­lante del neocorporativismo. L’iniziativa politica per riuscire in questo in­tento è di portata mondiale: non servono più appelli, ben noti, all’unità in­ternazionalista, giacché essa è imposta dalle cose. Ma i compiti immediati dei reparti nazionali del proletariato mondiale sono ora più chiari, tendendo essi a vivere tutti le medesime contraddizioni fondamentali. Quindi l’azione è più facile da individuare, anche se è molto più difficile da intraprendere.

Per acuire le contraddizioni del nemico di classe, serve conoscerle be­ne. L’analisi scientifica che il socialismo richiede va sviluppata a tutto campo. Qui sono solo stati offerti alcuni spunti per provocare la riflessione, quasi tutta da fare. Tuttavia, diverse categorie generali di riferimento teo­rico politico sono state poste, onde evitare equivoci e fraintendimenti. Da tali categorie marxiste si può procedere nella articolazione pratica e di det­taglio, poiché esse contengono tutto quanto occorre per l’analisi delle con­traddizioni e delle crisi del capitalismo e per l’analisi delle classi [che la sinistra di classe, appunto!, ha per anni e anni invocato come necessaria sen­za poi quasi mai farla praticamente]. Con la crisi stessa del comunismo costi­tuito, le questioni del socialismo e dell’internazionalismo proletario possono uscire vivificate, fuori dai paludamenti curiali e catechistici in cui erano costrette. I punti deboli del sistema imperialistico in cui ficcare il cuneo proletario sono ben individuabili. Manca solo, ancora, il proletariato co­sciente e organizzato per far ciò.




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