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VERSO IL REGIME: ATTACCO ALLO STATO DEMOCRATICO.

Fin dall'insediamento definii fascista il governo Meloni a completamento di un giudizio politico che avevo espresso pochi giorni prima del voto, laddove indicavo come corporativo il programma economico e, appunto, autoritario, quello politico delineato dalla futura premier in giro per l'Italia. Dal punto di vista dell'impianto economico, al Villaggio Coldiretti a Milano udimmo da lei poche parole pesate e pesanti come macigni - "La nostra bussola è un concetto molto semplice: non disturbare chi vuole fare, chi vuole produrre ricchezza, chi vuole lavorare" - riferite evidentemente al mondo dell'imprenditoria e con le quali venivano tracciate, con estrema chiarezza, tre direttrici di marcia, devastanti e destabilizzanti per la classe dei lavoratori salariati. Così è stato e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, sia per quanto riguarda le condizioni di lavoro nelle quali sono costretti a fare (letteralmente) i conti ogni giorno donne e uomini che vivono di salario, che con riferimento alla progressiva emarginazione del sindacato, i cui rappresentanti sono di fatto convocati solo per essere informati di decisioni già prese. Stabilito il programma economico bisognava, quindi, realizzare e definire, una volta al governo, l’impianto politico mediante la strategia più idonea alla sua realizzazione: una sovrastruttura che non potendo essere snella doveva per forza di cosa essere agile e veloce. Nasceva il governo del Capo che si sarebbe snodato puntando a rafforzare il potere esecutivo, sia nei confronti di quello giudiziario (il governo non poteva avere troppi vincoli e troppi controlli sul proprio operato) che rispetto a quello legislativo (il governo non poteva perdere tempo a discutere proposte di legge avendo la maggioranza assoluta sia alla Camera dei Deputati che al Senato). Da qui due linee di condotta: emarginare la Magistratura, esautorare il Parlamento.  Il primo obiettivo è in fase di completamento, manca solo il doppio passaggio in Parlamento per la separazione delle carriere dei magistrati per arrivare - referendum permettendo - ad affidare al governo il pieno controllo dei magistrati requirenti. Il secondo si sta snodando in due fasi: la prima, più semplice da realizzare è trasformare il Parlamento in una formalità con il ricorso al voto di fiducia. Questa sistematica azione è la spia di un metodo: non si tratta (se non raramente) di “serrare i ranghi" della maggioranza ed evitare franchi tiratori ma è un preciso espediente per tagliare fuori il Parlamento, impedire modifiche ai testi di legge, sterilizzare il dibattito. Sono le statistiche, quelle oggettive che danno fastidio al governo ma che parlano chiaro: dal 2022, il 37% delle leggi approvate sono conversioni di decreti-legge, la percentuale più alta dal 1996. In Parlamento non si discute, si ratifica e se la fiducia all'operato del governo viene bocciata, cade tutta l'impalcatura che Meloni e compagnia stanno realizzando: il regime. Alla cui piena ed effettiva realizzazione diventa sempre più necessario l'ultimo atto: il premierato, appunto il governo del Capo. A questo obiettivo finale mancano, però, due "picconate" per completare lo smantellamento dell'impianto democratico del nostro Paese: ridurre a pura formalità il Parlamento e sottoporre la Magistratura al pieno controllo del governo del Capo. Alla prima, il premierato, il governo sta lavorando   in attesa delle condizioni migliori per sferrare l'attacco in Parlamento, probabilmente aspettando la scadenza del mandato di Mattarella per eleggere un patriota fidato. Alla seconda, controllo completo della Magistratura, il governo deve aggiungere - dopo la compressione della magistratura requirente - il controllo della magistratura giudicante: sia la Corte di Cassazione che la Corte Costituzionale sono organi dello Stato che ostacolano l'obiettivo strategico, primario, della Destra italiana di costruire un Regime autoritario. Infatti, le due supreme Corti sono organi giurisdizionali con funzioni diverse, di intralcio istituzionale al governo dei patrioti. La Corte di Cassazione è il giudice di ultima istanza per le controversie ordinarie, sia civili che penali, e si occupa di garantire l'uniforme interpretazione della legge. La Corte Costituzionale giudica sulla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge e decide sui conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato e tra Stato e Regioni. Il tempo per abbattere le due Corti si allunga maledettamente per il governo e l'impresa non è di facile riuscita dovendo, innanzitutto, puntare ad ogni elezione di giudice costituzionale per inserire magistrati “amici" e "disponibili" all'opera di indebolimento dell'autonomia giurisdizionale. Cosa non semplice per come è organizzata l'elezione dei giudici della Corte Costituzionale (un terzo dal Presidente della Repubblica, un terzo dal Parlamento in seduta comune, e un terzo dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative) e della Corte di Cassazione (giudici eletti per concorso, il Primo presidente e il Procuratore Generale nominati dal Presidente della Repubblica) e per la funzione di controllo e di garanzia del Capo dello Stato. Le forze e le istituzioni democratiche devono resistere e vigilare in Parlamento per questi ultimi poco più di due anni che mancano alla fine della legislatura e cominciare ad organizzarsi unitariamente per difendere il Paese dall'ultima spallata che i sedicenti patrioti proveranno a dare prima della fine della legislatura.

 





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