Categorie
Login
IL PETRODOLLARO TRA DECLINO E RESILIENZA
- Dettagli
- Di Comintern
- Mercoledì, 29 Aprile 2026 09:39
L’egemonia degli USA a livello geopolitico si basa in parte sul fatto che la loro valuta, il dollaro, è moneta di riserva internazionale. Le banche centrali di tutto il mondo, specie quelle in Estremo Oriente, e delle “petromonarchie” arabe, detengono una grande quantità di dollari come riserva da utilizzare in caso di bisogno, acquistati sotto forma di titoli di Stato statunitensi e permettendo in tal modo agli USA di indebitarsi a loro piacimento. Un pilastro dell’egemonia del dollaro è il legame con il petrolio, la più importante delle materie prime, che viene venduto in dollari, da cui il termine di petrodollaro. Questo legame, però, recentemente è stato messo in crisi dalle sanzioni che gli USA hanno messo in atto specialmente contro la Russia in occasione della guerra in Ucraina. Come è nato e come si è sviluppato questo legame è una storia che inizia cinquantacinque anni fa, nel 1971, allorquando il presidente americano Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro. Quella decisione – passata alla storia come lo shock di Nixon – non fu un semplice aggiustamento tecnico di politica monetaria, bensì la rottura di un ordine finanziario nato a Bretton Woods che segnò l’inizio dell’era della moneta fiduciaria, cioè di una moneta che non si sarebbe retta più su una ricchezza materiale, ma sulla fiducia, sulla forza dello Stato che la emette e sull’architettura politica che la sostiene. Per Washington il problema fu subito evidente: come conservare il dominio del dollaro se non era più ancorato all’oro? La risposta non venne dai manuali di economia ma dalla geopolitica. Nel 1973, Nixon stabilì un accordo con il re dell’Arabia Saudita, Faisal bin Abdulaziz Al Saud, per sostenere con il petrolio il dollaro, ormai sganciato dall’oro. Il regno saudita si sarebbe impegnato a vendere il proprio petrolio in dollari e a reinvestire i surplus finanziari nei titoli del Tesoro americano con gli USA che in cambio si sarebbero impegnati a difendere la sicurezza del Paese rifornendo il suo esercito di armi e garantendo appoggio militare in caso di necessità. In pochi anni il modello fu adottato da gran parte dei principali esportatori di greggio e nacque così il sistema del “petrodollaro” come la vera spina dorsale della globalizzazione moderna, la cui forza sistemica risiedeva nella sua apparente semplicità ma anche nei suoi effetti giganteschi: finché il petrolio, la merce centrale dell’economia mondiale, veniva scambiato in dollari, ogni Paese che avesse voluto importare energia doveva prima procurarsi valuta americana. Questo sistema creò una domanda strutturale, permanente, quasi automatica, di dollari su scala globale. Non era importante che l’economia americana attraversasse fasi critiche, neppure che la politica estera degli USA suscitasse diffidenza oppure ostilità: il mondo aveva bisogno di dollari per far muovere fabbriche, trasporti, eserciti e imprese. Qui si racchiuse il vantaggio straordinario degli USA. Questo privilegio monetario ha consentito loro di emettere debito in quantità che nessun altro Paese avrebbe potuto sostenere senza essere travolto, perché i dollari stampati dalla Federal Reserve non giravano soltanto nel sistema economico nazionale ma venivano assorbiti dalle banche centrali estere, dai mercati energetici, dai fondi sovrani e dai circuiti del commercio internazionale. In altre parole, una parte decisiva del costo della potenza americana veniva scaricata all’esterno, con il resto del mondo che finanziava indirettamente i deficit di quel Paese, sostenendone il mercato dei titoli del Tesoro e contribuendo in tal modo al mantenimento della superiorità militare statunitense. Il petrolio, dunque, non è solo una risorsa energetica ma, attraverso il dollaro, uno strumento di dominio sistemico. Il petrodollaro ha permesso agli USA di trasformare la propria moneta nazionale in moneta imperiale e di combinare deficit cronico, consumi elevati, proiezione militare globale e centralità finanziaria. Forse nessun impero nella storia ha potuto contare su un meccanismo tanto efficace che ha contribuito a far finanziare la propria potenza economica proprio da quei Paesi che dipendevano dall’ordine politico e militare che esso ha imposto. Questo sistema – il petrodollaro – ha nei fatti creato una gerarchia internazionale molto precisa: ci sono stati Paesi che hanno avuto accesso pieno al circuito del dollaro integrandosi nel sistema e altri che hanno cercato di sottrarvisi pagando, però, costi più alti, avendo minore liquidità, maggiore vulnerabilità finanziaria e, spesso, forti pressioni politiche o sanzioni economiche. Il dollaro non è stato, non è soltanto una moneta di scambio bensì una vera arma di geopolitica economica. Cosa ne è, però, oggi del dollaro e della sua variante petrodollaro? Dopo cinquant’anni questo sistema sembra essere stato messo in crisi dall’avvento di un nuovo multipolarismo. Le sanzioni hanno giocato un ruolo importante, perché il dollaro è una moneta fiat, cioè una valuta emessa dalle banche centrali senza valore intrinseco né copertura in materie prime (come l'oro) ma basata sulla fiducia, in questo caso, che gli altri Paesi e le loro banche centrali ripongono nel governo americano. È proprio questa fiducia che recentemente è stata incrinata. Infatti, gli USA hanno espulso la Russia dal sistema di pagamenti internazionale Swift e soprattutto bloccato in casa loro e in Europa la metà delle riserve internazionali della banca centrale russa pari a circa 300 miliardi di dollari. Questa azione ha messo sull’avviso tutte le banche centrali dei Paesi che hanno riserve in dollari in Europa e negli USA, dato che la loro attività sanzionatoria ha dimostrato che queste riserve sono tutt’altro che sicure e che possono essere soggette agli umori politici del governo americano. Quindi, diversi Paesi non hanno più molto interesse a che il dollaro sia valuta di scambio internazionale e, di conseguenza, viene meno il suo dominio incontrastato per gli scambi internazionali di petrolio che, infatti, avvengono sempre di più in valute diverse dal dollaro. Oggi più di un quinto di tutte le transazioni di petrolio mondiali avviene in altre valute e la soglia si sta ampliando con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti nella cerchia dei BRICS, il club delle economie emergenti che riunisce i paesi fondatori Brasile, Russia, India, Cina a cui si aggiunse il Sudafrica nel 2011 e che raccoglieranno una parte sempre più importante dei maggiori esportatori e importatori mondiali di petrolio, accomunati per diverse ragioni, dal desiderio di ridimensionare il ruolo del dollaro e delle istituzioni economiche internazionali che ne sostengono il ruolo di moneta egemone. I BRICS hanno anche una banca – la Nuova Banca di Sviluppo – presieduta da Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, che punta a sostenere le economie emergenti con aiuti in valute differenti dal dollaro, sottraendo in tal modo molti Paesi periferici all’influenza di istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, che sono controllate dagli Usa e dai Paesi del G7, l’altra organizzazione internazionale che riunisce USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada e che si pone in competizione con i BRICS. Il ruolo del dollaro, tra l’altro, viene ridimensionato anche nei mercati finanziari collegati al petrolio, dove l’influenza della moneta americana nell’andamento dei prezzi del barile sta venendo meno proprio perché viene meno quella correlazione inversa per la quale quando il dollaro si rafforzava il prezzo del petrolio calava. Sempre più spesso capita che il prezzo del petrolio salga nel mentre il dollaro si apprezza nei confronti di altre valute, penalizzando così doppiamente i paesi importatori di petrolio come l’Italia. Secondo JP Morgan, tra il 2005 e il 2013 un aumento dell’1% del dollaro provocava un ribasso del 3% del prezzo internazionale del petrolio mentre, tra 2014 e 2022, provocava una discesa di appena lo 0,2%. La ragione di questo cambiamento è riconducibile alle prime sanzioni USA elevate contro la Russia nel 2014, in occasione dell’annessione della Crimea, che provocarono l’aumento degli acquisti del petrolio russo in valute differenti dal dollaro. Il divorzio tra dollaro e petrolio ha, quindi, effetti collaterali sul debito pubblico USA, dal momento che spesso i petrodollari sono stati riciclati in titoli di Stato americani, contribuendo a rafforzare lo status di valuta di riserva internazionale del dollaro. I Paesi petroliferi hanno da tempo ridotto gli acquisti di titoli di Stato USA anche in periodo di rialzo delle quotazioni del petrolio. In particolare, l’Arabia Saudita nel 2022 ha incassato dalle vendite di petrolio la cifra record di 326 miliardi di dollari, ma allo stesso tempo ha venduto titoli di Stato americani, riducendone il valore in portafoglio, ai minimi da sei anni, a 108,1 miliardi di dollari (dati a giugno 2022). Particolarmente significative sono state le parole pronunciate al forum di Davos del gennaio 2023 dal ministro delle Finanze saudita, Mohammed Al-Jadaan, secondo cui l’Arabia Saudita: “non ha alcun problema a discutere come regolare gli accordi commerciali, in dollari statunitensi, in euro, o in riyal sauditi”. Queste parole del ministro saudita hanno messo, nel tempo, la pietra tombale sul petrodollaro, mentre i rapporti dell’Arabia Saudita con la Cina e in parte con la Russia si sono fatti sempre più stretti. A dimostrarlo è anche il ruolo di mediazione svolto dalla Cina, sempre nel 2023, nell’avvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, che da lungo tempo erano rivali nell’area del Golfo Persico e che ora sono entrambi nei BRICS anche se i sauditi in qualità di Paese osservatore. Tra i Paesi che si stanno muovendo per attenuare l’isolamento economico della Russia ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti e l’India che è divenuta uno dei maggiori importatori di petrolio russo, pagato anche in rupie e dirham emiratini mentre l’Iraq, altro importante produttore di petrolio, ha annunciato che accetterà pagamenti in yuan renminbi dalla Cina. Quest’ultima, intanto, a marzo 2023, per la prima volta nella storia, ha effettuato più transazioni commerciali internazionali con la propria valuta che con il dollaro e, sempre nello stesso mese, ha comprato per la prima volta in yuan gas liquefatto da una compagnia francese, TotalEnergies, attraverso la Borsa petrolifera e del gas naturale di Shangai, dove, fra l’altro, si negoziano future sul petrolio denominati in valuta cinese. Proprio la Borsa di Shangai è uno degli strumenti utilizzati dalla Cina per incrinare il predominio del dollaro sui mercati finanziari e per favorire l’ascesa dello yuan come valuta internazionale. Per ora il dollaro è senza rivali come valuta di riserva anche se la sua quota nelle riserve delle banche centrali è calata dal 71% del 2001 al 57% del 2025, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Ad ogni modo, la tendenza alla dedollarizzazione non è mai stata così forte come ora. A dimostrarlo è anche l’accumulo di riserve in oro da parte delle banche centrali a ritmi che non si vedevano dal 1950. Se il petrodollaro continua il suo declino, come sembra dall’analisi del mercato del petrolio, la dedollarizzazione prosegue e con essa il declino del dollaro come valuta di riserva mondiale, con conseguenze disastrose per gli USA. Soprattutto per la gestione del loro doppio debito, quello pubblico e quello commerciale, che di fatto permette loro di vivere al di sopra delle proprie possibilità a spese del resto del mondo. Infatti, i dollari creati dalla Federal Reserve non restano soltanto nell’economia interna, ma vengono assorbiti dalle banche centrali estere, dai mercati energetici, dai fondi sovrani e dai circuiti del commercio internazionale e, quindi, una parte decisiva del costo della potenza americana viene scaricata all’esterno: il resto del mondo finanzia indirettamente i deficit americani, sostiene il mercato dei titoli del Tesoro e contribuisce al mantenimento della superiorità militare statunitense.Il petrolio, dunque, non è solo una risorsa energetica, attraverso il dollaro è diventato uno strumento di dominio sistemico e il petrodollaro ha permesso agli USA di trasformare la propria moneta nazionale in moneta imperiale potendo combinare deficit cronico, consumi elevati, proiezione militare globale e centralità finanziaria. Pochi governi nella storia hanno potuto contare su un meccanismo tanto efficace: far finanziare la propria potenza proprio da coloro che dipendono dall’ordine che essi impongono.Questo sistema ha anche creato una gerarchia internazionale molto precisa, laddove i Paesi che hanno accesso pieno al circuito del dollaro sono integrati nel sistema e quelli che cercano di sottrarsi pagano costi più alti, minore liquidità, maggiore vulnerabilità finanziaria e spesso pressioni politiche o sanzioni. Il dollaro non è soltanto una moneta di scambio ma è una vera e propria arma geoeconomica. Ma oggi questo sistema è sottoposto a una tensione crescente e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, in seguito agli attacchi americani e israeliani, ha dimostrato quanto la questione energetica resti inseparabile da quella monetaria. Se un Paese strategico può interrompere un corridoio dal quale transita una quota decisiva del petrolio mondiale e, allo stesso tempo, favorire regolamenti in yuan invece che in dollari, allora è l’intera architettura del «sistema petrodollaro» a essere messa sotto pressione.L’Arabia Saudita ha già iniziato ad accettare, in alcuni casi, pagamenti in yuan, la Russia e la Cina sviluppano da tempo scambi bilaterali nelle rispettive valute per aggirare le sanzioni occidentali, il Brasile e l’Argentina esplorano soluzioni alternative. Eppure, nonostante queste crepe, il petrodollaro non crolla per una ragione fondamentale: il dominio monetario non dipende soltanto da una decisione politica, ma da effetti di rete.Il sistema finanziario mondiale funziona, appunto, come una rete, un’infrastruttura di dipendenze accumulate laddove decenni di contratti, assicurazioni, derivati, strumenti di copertura, prezzi di riferimento e riserve valutarie sono stati costruiti attorno al dollaro. Uscire da questo sistema non significa soltanto cambiare unità di conto ma anche rinegoziare catene intere di obblighi giuridici, ricalibrare gli strumenti finanziari, ricostruire mercati sufficientemente liquidi e convincere simultaneamente una massa critica di operatori a spostarsi su un’altra valuta.Ed è proprio questo che oggi manca allo yuan. La Cina può promuoverne l’internazionalizzazione, moltiplicare gli accordi bilaterali e spingere verso la dedollarizzazione ma la moneta cinese non dispone ancora della profondità, della trasparenza, della convertibilità e della fiducia sistemica di cui gode il dollaro. Si possono criticare gli USA, contestarne l’egemonia e desiderarne il ridimensionamento ma quando bisogna spostare enormi volumi di capitale in poche ore senza provocare panico nei mercati finanziari, il dollaro resta ancora senza rivali.Il petrodollaro, quindi, si sta logorando, ma non sta collassando e quello che si profila non è una caduta improvvisa, bensì un’usura lenta. L’ordine monetario dominato dagli USA viene oggi contestato da potenze cosiddette revisioniste – Russia e Cina su tutte – che contestano l'ordine internazionale costituito, da Stati sanzionati, da coalizioni regionali che cercano maggiore autonomia. Ma contestare il dollaro non basta, bisogna offrire un’architettura finanziaria alternativa capace di assorbire i flussi mondiali senza generare caos.E questo è il nodo strategico. Il petrodollaro non è soltanto un’eredità della guerra fredda o il prodotto del patto tra USA e Arabia Saudita ma è diventato l’ossatura stessa della finanza internazionale. Sostituirlo significherebbe ricostruire quasi dalle fondamenta l’intero ordine monetario mondiale e, almeno per ora, nessun Paese ha ancora trovato il modo di risolvere questa equazione senza far tremare l’intera impalcatura finanziaria mondiale.