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LA SOTTILE LINEA NERA DAL MAGA AL SUPREMATISMO IMPERIALE

Fin dal suo primo mandato, nel 2017, Donald Trump ha ridisegnato la politica estera statunitense. Non appena lanciato, lo slogan «Make America Great Again» (MAGA) ha avuto un notevole impatto sul panorama internazionale contro ogni previsione, diventando in breve tempo un vero e proprio programma di governo a tutto campo, attuato con decreti esecutivi, con una retorica aggressiva e con un approccio unilaterale. Il presidente americano ha ritirato gli USA dall'Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, ha abbandonato il Protocollo di Kyoto, ha criticato la NATO in materia di sicurezza, ha sostenuto che gli USA non dovessero più essere responsabili della difesa del Giappone, ha ritirato le truppe dall'Afghanistan. Sul fronte commerciale, ha ritirato gli USA dal TPP, Partenariato Trans-Pacifico, ha cercato di smantellare e poi rinegoziare il NAFTA, Accordo nordamericano per il libero scambio, ha ridefinito una più ampia strategia protezionistica ritirando gli USA dall'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Col primo mandato, Trump ha realizzato un approccio isolazionista in politica e protezionistico in economia, instillando un cambiamento radicale nella politica estera statunitense finalizzata alla promozione del neoliberismo nei rapporti con altre istituzioni a livello globale. Col secondo mandato, Trump sta riaffermando una politica ancor più aggressiva di quanto realizzato tra il 2017 e il 2020, favorito anche dal radicamento del movimento MAGA negli USA certificato con le elezioni del 2024 che, a differenza di quelle del 2016, gli hanno conferito la maggioranza dei voti popolari scaturito dalle tensioni economiche e finanziarie generate dalla globalizzazione nella società americana. Il programma del presidente americano offre una risposta di stampo nazionalista ai problemi che, secondo la sua retorica, sarebbero stati causati da "un'élite corrotta a Washington" guidata dal Partito Democratico e responsabile di "una politica migratoria inefficace" e della "svendita dell'economia americana" al mondo. Da qui, l'obiettivo di Trump di "rendere l'America di nuovo grande" riproponendo una prospettiva ‘costruttivista’ – nata da una teoria sviluppatasi notevolmente negli USA a partire dalla metà degli anni '50 – che sosteneva come la conoscenza non fosse un rispecchiamento oggettivo della realtà ma una costruzione attiva da parte della persona, basata sulle proprie esperienze e interazioni. Da una prospettiva costruttivista, gli individui, invece di essere semplici spettatori passivi, interpretano e danno significato al mondo in modo personale: le idee costituiscono la base delle identità, degli interessi e delle norme che regolano il comportamento degli Stati nel sistema internazionale; le identità nazionali e le narrazioni collettive influenzano il modo in cui gli Stati percepiscono i propri interessi e definiscono le proprie strategie di politica estera. Le narrazioni, a loro volta, sono composte da molteplici idee che gli attori utilizzano per plasmare i propri progetti politici svolgendo un ruolo fondamentale nella costruzione del significato all'interno della politica internazionale. Il principale interprete del costruttivismo, Max Weber, sostiene che i significati non sono univoci o autoevidenti ma emergono, piuttosto, attraverso pratiche discorsive che costituiscono comunità interpretative e l'iscrizione dei significati. Per questo, il processo che denota (significazione) ed esprime concetti quali «sovranità» è dinamico e dipende dalle narrazioni che leaders politici costruiscono per promuovere e legittimare le proprie azioni. In quest'ottica, quindi, la narrativa MAGA serve, a livello nazionale, a promuovere e giustificare specifiche interpretazioni del significato della partecipazione degli USA alla politica internazionale, idee che costituiscono la narrativa di Trump e che sono ampie e radicate nei valori tradizionali americani. In altre parole, le idee che sono alla base alla narrativa di Trump non sono state create dal nulla ma si sono sviluppate a partire da valori già radicati nell'identità nazionale degli USA, almeno tra l'ampia base di elettori che lo hanno sostenuto con fervore. Per quanto detto, la politica estera di Trump si fonda su valori nazionalisti e protezionistici che poggiano su solidi pilastri – il sostegno all'uomo comune e il rifiuto dell'élite, l’isolazionismo e il protezionismo – che riflettono una marcata influenza della tradizione jacksoniana, corrente di pensiero derivata dalle idee politiche del presidente americano Andrew Jackson, fondata sul populismo, sul nazionalismo, sulla difesa dell'uomo comune e su una politica estera aggressiva ma isolazionista. Questa teoria politica, caratterizzata da un forte patriottismo e da un sostanziale scetticismo verso le élite e il multilateralismo, si concentra sulla sovranità nazionale e sulla sicurezza dello Stato, concetti esportati e conosciuti nel mondo tramite lo slogan «Make America Great Again» rilanciato da Trump nella scorsa campagna elettorale. Il messaggio col quale la tradizione jacksoniana ha permeato la società americana ben prima, appunto, di Trump ha radici populiste e difende gli interessi delle classi medie e inferiori, contro quella che considera un'élite corrotta a Washington, riflettendo una forte identità nazionalista per la quale il governo dovrebbe dare priorità al benessere politico, morale ed economico della società. Di conseguenza, la politica estera ‘jacksoniana’ è scettica nei confronti del multilateralismo e della cooperazione internazionale avendo come bussola politica l’isolazionismo e il protezionismo.  Fin troppo chiaro appare il filo conduttore della politica estera dell’amministrazione Trump: gli USA intervengono solo quando gli interessi vitali del Paese sono direttamente minacciati in termini di sicurezza nazionale e di benessere economico. Una politica estera, decisamente subordinata alle esigenze interne e non vincolata al rapporto con enti o autorità esterni, che non crede nella stabilità dell'ordine internazionale e non punta ad accordi multilaterali come mezzi efficaci per la pace e neanche alla partecipazione ad accordi internazionali che potrebbero limitare l'autonomia del Paese. La tradizione ‘jacksoniana’ valorizza l'autosufficienza, l'individualismo e l'assoluta uguaglianza della propria comunità nazionale, enfatizzando la necessità di guerre totali e decisive, al rifiuto dell'idea di conflitti a bassa intensità o circoscritti: l'azione militare è giustificata solo quando è minacciata la sicurezza fisica degli Stati Uniti d’America. La visione che Trump ha della sovranità nazionale enfatizza il primato degli interessi americani sugli accordi multilaterali e sulla cooperazione internazionale. Fin dalla sua campagna elettorale del 2016, egli ha promosso una politica estera isolazionista e protezionistica, basata sul presupposto che la globalizzazione e il libero scambio abbiano danneggiato la classe lavoratrice americana. In questo senso, per Trump, la sovranità nazionale significava, significa tuttora, riprendere il controllo sull'economia e sulle decisioni politiche senza interferenze da parte di organizzazioni internazionali e/o accordi commerciali percepiti come dannosi per gli USA. La narrativa MAGA si fondava su valori che facevano leva sull'identità nazionale e sul rifiuto delle élite globaliste e Trump sfoggiava un discorso anti-elitario in cui attribuiva alle amministrazioni precedenti e alle élite internazionali la responsabilità delle difficoltà economiche e di sicurezza del Paese. Ancora oggi, attraverso i social media, ha instaurato una comunicazione diretta con la sua base elettorale, presentandosi come il leader che rappresenta gli interessi del "popolo" contro le élite globaliste. Questa strategia comunicativa ha semplificato questioni complesse in messaggi diretti e accessibili, permettendogli di rafforzare la propria identità politica e la fedeltà dei suoi sostenitori. Non a caso, al suo arrivo alla Casa Bianca, Trump ha fatto appendere un dipinto di Andrew Jackson nello Studio Ovale come gesto simbolico. In termini di politica economica e commerciale, tra il 2017 e il 2020, Trump ha promosso misure protezionistiche con lo slogan «America First» e il suo approccio prevedeva la rinegoziazione o il ritiro da accordi commerciali come il NAFTA e il TPP, sostenendo che tali accordi avevano indebolito l'industria manifatturiera americana e causato perdite di posti di lavoro. Inoltre, la sua amministrazione ha implementato politiche per limitare l'immigrazione, giustificandole con la necessità di proteggere la sovranità nazionale e garantire la sicurezza interna. A suo avviso, la sovranità americana implicava la capacità di prendere decisioni indipendenti senza restrizioni imposte da accordi internazionali o istituzioni globali. Nel corso del suo secondo mandato, iniziato nel 2025, Trump ha perseguito una politica commerciale ancor più aggressiva: attraverso decreti esecutivi, ha imposto ulteriori dazi doganali sulla Cina e ha, inoltre, annunciato e realizzato una politica di dazi doganali che penalizzano soprattutto quei Paesi che commerciano di più con gli USA, quali Italia e Germania, estesi anche a tutte le importazioni mondiali di acciaio e alluminio, comprese quelle provenienti dal Canada e dal Messico. D'altro canto, basandosi proprio su un approccio ultraconservatore in linea con la visione jacksoniana del multilateralismo, Trump ha firmato – il 20 gennaio 2025, primo giorno alla Casa Bianca – l'ordine esecutivo per la "Rivalutazione e il riallineamento degli aiuti esteri statunitensi" col quale ha stabilito una sospensione di novanta giorni di tutti i programmi di assistenza allo sviluppo all'estero, ad eccezione degli aiuti alimentari di emergenza e degli aiuti militari a Egitto e Israele, per condurre una revisione completa. Pertanto, contrariamente forse a quanto pensa generalmente l’opinione pubblica mondiale, la politica estera di Trump è coerentemente lucida ed allineata con la sua narrativa. Di conseguenza, l'amministrazione Trump rappresenta una minaccia per l'attuale ordine internazionale, poiché, al fine di promuovere l'interesse nazionale degli USA e di ripristinare la loro posizione di primato esclusivo nel mondo, il Presidente non si fa scrupoli dal mettere in discussione il funzionamento del sistema del diritto internazionale come, purtroppo, stanno dimostrando gli eventi finanziari ed economici in Venezuela e a Cuba e, addirittura, militari in Iran. La narrazione di Trump e l'ascesa del movimento MAGA riflettono non solo un'efficace strategia politica, ma anche una più ampia riconfigurazione delle idee che sono alla base dell'ordine internazionale. La persistenza di discorsi nazionalisti e protezionistici negli USA inizia ad avere cassa di risonanza anche in Europa e sta a dimostrare come queste teorie politiche non siano meramente contingenti, ma piuttosto una risposta a trasformazioni strutturali nella politica internazionale e nell'economia capitalistica globale. La politica di Trump sottolinea la rilevanza delle idee profuse nel plasmare la politica estera e nel legittimare i progetti politici; la costruzione di teorie relative a sovranità, commercio o sicurezza nazionale non è neutrale ma risponde piuttosto a processi discorsivi che modellano le percezioni degli attori internazionali. In questo contesto, il «trumpismo» sta dimostrando pericolosamente come le teorie più estreme possano sfidare i paradigmi consolidati e rimodellare il comportamento degli Stati all'interno del sistema internazionale. Da ultimo ma non per ultimo, l'impatto della narrativa MAGA trascende l'amministrazione Trump e solleva interrogativi sulla stabilità dell'ordine internazionale negli anni a venire. La polarizzazione politica negli USA, l'erosione del consenso multilaterale e l'ascesa di movimenti antiliberali in diverse parti del mondo suggeriscono che la lotta per l'egemonia ideologica rimarrà un elemento centrale nella politica internazionale. Come dimostra la politica di Trump, le teorie contano non solo perché forniscono struttura e giustificazione alla prassi politica ma anche perché possono trasformare le regole del gioco a livello internazionale. Trasformarle, purtroppo, in peggio.

 





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