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DALLO SME ALL’EURO UNA STRADA OBBLIGATA.
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- Di Comintern
- Giovedì, 18 Dicembre 2025 11:05
Il 13 marzo del 1979, i membri della CEE sottoscrivono il Sistema Monetario Europeo (SME) che consiste in un accordo per mantenere il cambio di valute entro un range prefissato in riferimento all'ECU - European Currency Unit - determinato dal valore medio delle divise dei Paesi aderenti. L'oscillazione di norma è stabilita nel ± 2,25%ma per alcuni Stati - come Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo - viene allargata a ± 6%, per via dell'elevato tasso d'inflazione. Qualora si verificasse uno sforamento, i governi nazionali dovrebbero intervenireattraverso le Banche Centrali per ristabilire l'equilibrio. L'obiettivo è quello di superare il pensiero keynesiano delle politiche monetarie e fiscali espansive e si vuole creare invece un mercato finanziario unico che mira alla libera circolazione dei capitali, però con delle regole rigide riguardo la fluttuazione dei cambi. In altri termini la priorità è l'equilibrio finanziario che prevale su altri parametri dell'economia reale come il controllo del tasso di disoccupazione. Sostanzialmente un punto di vista opposto al pensiero dei banchieri centrali degli ultimi mesi. Emblematica in tal senso la decisione della FED di mettere in secondo piano i target di inflazione a favore di quelli del mercato del lavoro. Ma un’altra data è scolpita nella storia economica e finanziaria dell'Italia: il 16 settembre 1992. In quella data il nostro Paese subì un violentissimo attacco speculativo ad opera del finanziere George Soros che lo condusse sull’orlo del baratro.
Ø La speculazione finanziaria
Per capire cosa portò a quell'attacco così disastroso bisogna risalire a qualche anno prima per inquadrare la situazione dell'Italia negli anni '80. Nel 1981 la Banca d’Italia divorziò dal Ministero del Tesoro e praticamente cessò di acquistare Titoli di Stato. Da allora essi vennero dati in pasto, con interessi crescenti, prima al mercato interno, e poi alla speculazione finanziaria mondiale. Perché avvenne questa operazione? Quali furono le conseguenze? Quella operazione, realizzata su decisione del ministro Beniamino Andreatta e del governatore Carlo Azeglio Ciampi, contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. Basti pensare che l’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni Ottanta e Novanta, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media dell’Unione Europea e dell’eurozona: nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che dieci anni dopo era aumentato appena al 42,9% laddove, nello stesso periodo, la media dell’Unione Europea (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media dell’Unione Europea passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4% mentre nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% dell’Unione Europea. La crescita del debito pubblico italiano dipese da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzarono ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica resero ingestibile la situazione del debito pubblico in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato pagava per avere un prestito, dipendeva dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale era la Banca d’Italia, ebbe l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito complessivo. Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito pubblico alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Quindi, la politica di spesa dissennata dei Governi succedutosi a Palazzo Chigi spinsero il debito pubblico del Belpaese a livelli insostenibili, con un'inflazione troppo elevata rispetto alla Germania. Questo fece del nostro Paese l'anello debole della catena all'interno dello SME e quindi molti investitori cominciarono a maturare l'ipotesi che l'Italia potesse essere la prima a uscire dal patto monetario europeo. Tuttavia, in quel momento non si accanirono contro la Lira, forse confidando sul fatto che le Banche Centrali delle varie Nazioni all'occorrenza sarebbero andate della valuta italiana. Un segnale d'allarme però si ebbe qualche giorno prima di quel mercoledì nero, quando le aste dei BTP andarono deserte e la fiducia nel nostro debito pubblico cominciò a scemare. A questo quadro poco edificante, si aggiunsero altri fatti molto importanti. La Germania dopo la riunificazione cominciò ad alzare i tassi come segno di stabilità finanziaria e valutaria della propria economia. Questo inevitabilmente portò a una graduale fuga di capitali dall'Italia verso il Paese tedesco, che ebbe come effetto la rivalutazione del Marco e l'indebolimento della Lira. Per l'esattezza il denaro che dalle banche italiane andò a finire all'estero fu intorno ai 25 miliardi di dollari. In Inghilterra la BoEnon ne volle sentire di alzare il costo del denaro nonostante l'inflazione stesse andando fuori controllo. Lasciò quindi che il cambio della sterlina con le altre valute fluttuasse liberamente. In tale contesto gli investitori percepirono che ilprogettodiunitàeuropea fosse ricolmo di fragilità e potesse traboccare da un momento all'altro. A tal proposito il 2 giugno del 1992 si votò in Danimarca per ratificare il trattato di Maastricht. Non senza una certa sorpresa dei mercati, vinsero i NO con il 50,7% dei voti e questo fomentò parecchia incertezza.
Ø L’attacco alla lira
Il panorama generale spianò la strada alla speculazione. Il mercoledì del 16 settembre del 1992 George Soros mandò a mercato uno strong selling allo scoperto sulla sterlina di 10 miliardi di dollari mettendo nei guai la Banca d'Inghilterra. Subito dopo toccò alla Lira. Il Paperone di origine ungherese piazzò un attacco terrificante che spiazzò la Banca d'Italia, creando una perdita valutaria di 48 miliardi di dollari per il nostro Paese. A favorire il colpo speculativo senza precedenti fu la percezione da parte di Soros che l'Italia fosse senza protezioni a difesa della propria valuta. Soprattutto dopo le dichiarazioni della Bundesbank che disse che in caso di trambusto valutario non avrebbe mosso un dito per salvare divisa italiana. L'impatto fu travolgente: la Lira sprofondò del 7% nei confronti del dollaro americano e arrivò a perdere il 30% nei giorni seguenti. Il mercato ormai era entrato nel panico più totale e i piccoli investitori si unirono a mani basse alla furia di vendite. Inevitabilmente a quel punto la Lira uscì dallo SME. Il guru della finanza si è sempre giustificato rivendicando una legittima operazione finanziaria sulla base di quanto stava accadendo in Europa a quell'epoca. Né più e né meno, a suo dire, di quanto normalmente avviene sui mercati finanziari. Secondo Soros, la spinta decisiva fu data dalla dichiarazione del Governatore Helmut Schlesinger quando disse che l'ECU non era un'unione monetaria omogenea, facendo chiara allusione alla fragilità della Lira.
Ø Le ripercussioni finanziarie
Dopo il mercoledì nero, in Europa accadde una specie di rivoluzione monetaria. La Spagna svalutò prima di tutte la propria valuta. La Svezia effettuò un aumento mostruoso dei tassi (5 volte quelli attuali) per evitare la svalutazione. La Francia fu costretta a inondare il mercato di liquidità e a aumentare i tassi di interesse con lo scopo di proteggere il Franco. Come detto, l'Italia e l'Inghilterra escono dallo SME. Ma mentre la prima per potervi rientrare effettuò una manovra lacrime e sangue da 93 miliardi (tra cui introduzione dell'ICI), il Paese di Sua Maestà svalutò la moneta e alzò i tassi. In Italia destò anche scalpore la decisione del Governo Amato di compiere un prelievo forzoso sui conti correnti nazionali. L'economia europea però entrò in crisi e la crescita rallentò notevolmente, con un tasso di disoccupazione medio che si assestò al 12%. Persino la Germania dovette affrontare la recessione, costringendola qualche mese più tardi a ridurre i tassi per stimolare l'economia. Lo shock del '92 lasciò quindi una traccia indelebile e portò i membri dello SME a rivedere le regole valutarie. Così nell'agosto del 1993 venne allargata la banda di oscillazione a ± 15%, premettendo di fatto la flessibilità dei cambi. Oltre questo si decise per un maggiore coordinamento delle politiche monetarie e nel 1994 furono gettate le basi per la creazione della Banca Centrale Europea, con la nascita dell'Istituto Monetario Europeo, che ha sede a Francoforte.
Ø Verso la moneta unica
Ma la strada verso la moneta unica non sarà tutta in discesa. Nel 1995 Francia e Germania, i due colossi economici europei, elaborano un concetto di Unione monetaria ristretta: con loro due, i piccoli paesi già adeguatamente integrati quali il Benelux (unione economica tra Belgio, Olanda e Lussemburgo) e l'Austria, per poi aspettare altri Paesi. Teorizzato nel documento Schaeuble-Lamers, dal nome dei due consiglieri per la politica europea del cancelliere tedesco Helmut Kohl, nasce una sorta di "nocciolo duro" in pratica la culla blindata dell'euro. Per l'Italia, fino alla metà del 1996, la difficoltà di uscire dal periodo recessivo dell'economia, la crisi politica e lo scostamento dei nostri dati macroeconomici dai parametri di convergenza previsti dal trattato di Maastricht, davano pochi margini di speranza. All'epoca c’era una differenza di 300 punti base nei tassi di interesse tra i Btp decennali italiani e i Bund tedeschi di equivalente durata, ma ancora nel marzo 1995, con la lira vicino a quota 1.300 sul marco, lo spread era di 600 punti base. Nel mese di dicembre del 1996 lo spread Btp-Bund sarebbe poi sceso per la prima volta sotto i 200 punti. Parimenti, con l'intenzione di stabilire una sorta di asse mediterraneo per ritardare insieme l'ingresso nell'euro, il presidente del consiglio Romano Prodi incontra il premier spagnolo Aznar a Valencia il 15 e 16 settembre 1996, ricevendone però una risposta netta: Madrid aveva la "clarissima determinacion" di entrare nell'Unione monetaria fin dall'inizio. Si racconta che la notte stessa Prodi e il suo ministro del Tesoro Ciampi gettarono le basi per la maxi-finanziaria 1997, con l'Eurotassa incorporata (la pressione fiscale italiana salì di due punti rispetto al Pil). In tal modo, due mesi dopo, nel novembre 1996, l'Italia poté chiedere il rientro nello Sme e la parità con il marco tedesco venne fissata a quota 990. Questa decisione si rese necessaria per rispettare un preciso criterio del trattato di Maastricht, che prevedeva la partecipazione allo Sme nei due anni precedenti l'Unione monetaria.
Ø L’uscita dal tunnel
La svalutazione del 35% subita complessivamente dalla lira nel corso di sei anni - di cui circa il 30% nelle settimane immediatamente successive al drammatico mercoledì nero del 16 settembre 1992 - fu la manifestazione della crisi ma anche la soluzione: il rifinanziamento del debito pubblico diventò più facile, gli investitori pensarono che la dose di svalutazione fosse sufficiente, ricominciarono ad investire. Di conseguenza, ovviamente, si rivitalizzarono le imprese esportatrici e quelle che sul mercato domestico erano in competizione con i prodotti d’importazione. Cominciò così una nuova storia. Il ciclo economico grazie all’export riprese la corsa, così i profitti. L’inflazione restò bassa, i tassi scesero, iniziarono le privatizzazioni, i titoli pubblici ripresero valore. E alla fine del decennio l’Italia entrò nell’euro ma non fu affatto facile. Il Paese ne è uscì ma quella crisi costò molto a gran parte degli italiani. Il prezzo per uscirne fu pesante, per tre questioni diverse. La prima questione: un processo di privatizzazioni, fatto sotto un’infernale pressione, dapprima in fretta e furia e poi senza strategia che andò a colpire la telefonia come le autostrade, creando un disastroso buco nero nella nostra storia economica. La seconda questione: una redistribuzione dei redditi a sfavore del lavoro dipendente che pesa ancora oggi sugli equilibri sociali del paese. Se non si innescò, dal 1992, una micidiale spirale prezzi-salari fu perché il sindacato accettò nel luglio di quell’anno la completa deindicizzazione salariale. Il segretario generale della CGIL, Bruno Trentin non fu d’accordo, la accettò perché messo nell’angolo e nell’interesse del paese, e si dimise. Quella manovra, che avrebbe portato alla eliminazione della scala mobile, evitò all'Italia la spirale argentina bloccando l’aumento esponenziale dell’inflazione. La terza questione: il risanamento del bilancio dello stato non fu indolore. Dover produrre per decenni avanzi primari sistematici, rilevanti, maggiori di quelli delle economie più virtuose per pagare gli interessi, rientrare nei parametri e restarvi pesò sul tasso di crescita della nostra economia, che fu sistematicamente più basso per almeno due decenni di quello dei paesi concorrenti. A fine del 1997 il deficit sotto il 3% del Pil fu, ormai, a portata di mano per l'Italia che poté, come detto, rientrare nello SME durerà fino al 31 dicembre del 1998. Il 1 gennaio 1999 nacque l'Unione Economica e Monetaria, l'Italia vi aderisce e l’euro viene introdotto come moneta virtuale Nel 2002 entrarono in circolazione banconote e monete in euro, la lira viene definitivamente ritirata con un tasso di cambio fisso che vide 1 euro uguale 1936,27 lire.
Ø Una falsa partenza
Per l'Italia non fu Prodi a fissare il cambio della lira sull'euro, semplicemente perché non era nelle sue disponibilità in quanto l'operazione fu il frutto di un negoziato condotto a livello europeo dai primi ministri e dai governatori delle banche centrali e per l'Italia spettava a Berlusconi. Infatti, nel 2001 la Casa delle libertà vince le elezioni e Berlusconi tornò a Palazzo Chigi. Toccò, quindi, al suo governo accompagnare l’Italia nell’adozione della nuova moneta, in circolazione dal primo gennaio 2002 in coesistenza con la lira per i primi tre mesi. La svolta fu epocale, sorsero preoccupazioni, ma il premier tranquillizzò gli italiani: “Qualche difficoltà l’avremo tutti, ma il vantaggio per il Paese è enorme perché tutta l’Europa, con 300 milioni di persone avrà la stessa moneta e tutti potremo operare senza incontrare difficoltà di cambio. Questo aumenterà gli scambi e le esportazioni. Soprattutto avremo una moneta forte che eliminerà i rischi di inflazione” (27 novembre 2001). Arrivò il grande giorno, le monete e le banconote europee poterono essere finalmente spese nei negozi. Anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti assicurò che i prezzi al consumo non sarebbero aumentati: “Non ci si possono aspettare altro che effetti economici positivi. Non ci sarà nessun rischio di inflazione, in base alle nostre informazioni il pericolo non esiste” (1 gennaio 2002). Insomma, la partenza fu trionfale. Ancora Berlusconi: “L’Euro funziona, questa è una verità e incontestabile” (15 gennaio 2002). E poi: “Siamo tutti uniti da un comune destino. L’euro si è imposto positivamente, diventando un simbolo dell’Europa” (16 gennaio 2002). E soprattutto, “il governo non ha posizioni di scetticismo sull’euro, non credete a quelli che lo dicono” (4 marzo 2002). A seguito di queste premesse, Berlusconi non istituì le commissioni provinciali di controllo e non impose il sistema del doppio prezzo esposto, in lire ed euro, per le merci in vendita. Questa pessima gestione caratterizzò solo il nostro Paese e questo unicamente perché Berlusconi non volle scontentare il suo elettorato, di base commercianti e artigiani. La responsabilità dell'esplosione dei prezzi e della speculazione monetaria nel nostro Paese fu tutta opera dell'approssimazione del governo Berlusconi, a cui spettava il compito - condiviso a livello europeo con tutti i governi - di vigilare sull'impatto iniziale della circolazione dell'euro.