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QUALE BUCO IN QUALE SANITÀ
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- Di Comintern
- Domenica, 24 Maggio 2026 16:36
Chi strumentalizza a fine di consenso elettorale i "buchi" nella sanità pubblica sa bene a cosa sono dovuti ma preferisce ingannare quegli italiani che, invece, non sanno perché si formano quei buchi di bilancio. Ebbene oltre ai tagli lineari alla sanità pubblica per circa 37 miliardi di euro e al blocco del turnover avvenuti tra il 2010 e il 2019 sotto i governi guidati da Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, tra il 2009 e il 2017 sono state chiuse ben settantasette strutture pubbliche, ridotte del 18,8% con una flessione del 13,6% dei posti letto pubblici. Dopo la fase espansiva in epoca Covid, con il governo Meloni è ricominciata la discesa che nel 2025 ha portato, al netto dell'inflazione, a soli settantacinque miliardi di euro le risorse disponibili per la sanità pubblica. Queste risorse nel 2006 erano pari a novanta miliardi di euro. Superati i tetti di spesa, senza soldi, per la sanità pubblica, i Comuni hanno dovuto spendere a debito somme che i governi che si sono succeduti, da ultimo quello in carica, non ha riconosciuto. Il vero dramma, non solo politico, consiste nel continuare a ignorare che il sistema sanitario pubblico continua a fondarsi su un errore originario mai davvero corretto "secundum legem" in quanto il riparto del Fondo Sanitario Nazionale è ancora fondato su logiche che sono in prevalenza, politiche e storiche e non già su criteri tecnico-oggettivi. Ed è qui il nodo centrale. La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 e la successiva legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale avrebbero dovuto realizzare un sistema profondamente diverso: determinare le risorse necessarie ai territori sulla base dei fabbisogni standard, dei costi standard e di criteri epidemiologici scientificamente rilevati. In altri termini, il diritto alla salute avrebbe dovuto essere finanziato non secondo mediazioni politico-finanziarie annuali, ma in funzione dei bisogni reali delle popolazioni. Questo passaggio, tuttavia, non è mai stato pienamente compiuto, da tutte i governi che di sono succeduti dal 2009 ad oggi. le forze politiche. Dopo venticinque anni dalla revisione costituzionale e diciassette anni dall’approvazione della legge attuativa dell’articolo 119 della Costituzione, il sistema sanitario continua ad oscillare fra spesa storica, negoziazioni politiche e criteri perequativi incompleti, cui si aggiungono, in alcuni casi, anche gestioni regionali non propriamente assennate. Si discute ogni anno di quanti fondi assegnare alle Regioni, ma non si è ancora costruita una metodologia pienamente scientifica e vincolante di determinazione del fabbisogno sanitario reale, che nessuno rileva soprattutto quelle forze politiche di chiara matrice che spingono per l'autonomia differenziata, costi quello che costi per le regioni non strutturate. Eppure la salute non è un dato astratto ma dipende da indicatori concreti: età media della popolazione, diffusione delle patologie croniche, povertà sanitaria, dispersione territoriale, densità abitativa, infrastrutturazione, mobilità sanitaria passiva, carenza di personale, condizioni socioeconomiche (Lep, livelli essenziali delle prestazioni). Se tali parametri non vengono integralmente e rigorosamente misurati, nessuno può sostenere con certezza né che le risorse siano sufficienti né che siano insufficienti. Questo è il limite del confronto politico attuale. Quando si afferma che gli investimenti del Fondo Sanitario Nazionale sono aumentati, si dice una cosa vera ma non decisiva perché l’aumento nominale delle risorse non dimostra automaticamente l’adeguatezza del finanziamento rispetto ai bisogni reali. La questione, politica, non riguarda soltanto quanto si spende ma soprattutto come si determina la somma che deve essere speso. In assenza di una compiuta definizione dei Lep, dei costi standard realmente applicati e dei fabbisogni epidemiologici oggettivamente rilevati, il diritto alla salute resta inevitabilmente diseguale sul territorio nazionale. I disavanzi diventano strutturali, la mobilità sanitaria cresce e i cittadini continuano a percepire differenze profonde nella qualità dell’assistenza. È questo il vero fallimento del federalismo fiscale sanitario italiano: aver proclamato un modello tecnico-costituzionale senza averlo mai realmente attuato. Finché il fabbisogno sanitario continuerà a essere definito prevalentemente attraverso equilibri politici e non mediante parametri tecnico-scientifici uniformi, i conflitti tra Stato e Regioni continueranno a ripetersi, i deficit resteranno ricorrenti e il diritto costituzionale alla salute continuerà a dipendere, troppo spesso, dal luogo in cui si nasce o si vive.