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L’ATTACCO ALL’ISTRUZIONE PER COSTRUIRE IL REGIME

L'impalcatura di un regime ha bisogno di calare le sue fondamenta nella cultura: pronta la riforma dei «programmi» dei licei voluta dal ministro Giuseppe Valditara. Dopo le polemiche furibonde scatenate da una prima bozza stilata dall'apposita Commissione, riguardante il rinvio dello studio dei Promessi Sposi dal secondo al quarto anno di liceo, che hanno spinto lo stesso ministro - pronto sempre a scaricare sui suoi collaboratori tutte le eventuali responsabilità di inevitabili proteste del mondo della cultura - a prendere, per l'appunto, le distanze da quanto realizzato dagli esperti da lui scelti, è  arrivata una seconda bozza, ancor più devastante, con l'obiettivo di "spappolare" lo studio della filosofia. Le linee guida di una vera e propria «controriforma patriottica» puntano ad escludere dalla lista degli autori da studiare addirittura Spinoza, Leibniz (a parte un riferimento al solo Leibniz “logico” che è una circostanza che conferma la volontà di impedire di riflettere studiando) e Marx ma non risolvono il vulnus già presente nelle indicazioni della bozza precedente che indicava di studiare "almeno uno" tra Hobbes, Locke e Rousseau, suggerendo implicitamente di non approfondire le diverse opzioni che hanno determinato niente di meno che la costituzione della razionalità politica moderna. Come se non bastasse la Commissione di sedicenti esperti punta a limitare lo studio di un autore decisivo come Kant alla sola “idea di critica” - rimaneggiando profondamente lo studio del criticismo in tutti i suoi aspetti, non ultimi ovviamente quelli morali, storici e politici - e ignorano completamente Fichte e Schelling, dunque la stessa filosofia classica tedesca, sradicandola dal panorama del pensiero moderno. Questi esperti hanno evidentemente avuto precise indicazioni di trovare il modo di sostituire gli autori sopra menzionati con una non meglio specificata “filosofia italiana dell’Ottocento” e con il riferimento al "neo-idealismo crociano e gentiliano" astratto, però, dalle sue radici nella tradizione del marxismo italiano e dalla critica che ne ha fatto Gramsci. Appare evidente che il ridisegno della lista di autori da studiare - eliminandone altri - ha l'obiettivo di mettere in piedi e sostenere un progetto di "egemonia culturale" che un governo che sta franando socialmente prima che politicamente tenta di lasciare, a legislatura quasi conclusa, in eredità al mondo della scuola, ai docenti e, soprattutto, alle nuove generazioni. Il progetto rivela tutta la sua natura reazionaria sia per l'obiettivo che si propone - falsificare e omologare la cultura - che anche per il metodo verticistico che ne ha accompagnato la genesi, senza nessuna vera discussione ma puntando ad un risultato regressivo. È, altresì, fin troppo chiaro che questa operazione "culturale" si sposi, non casualmente, con il tentativo di aggredire il sapere storico e la ricchezza delle sue articolazioni, proponendo il suo ridimensionamento metodologico in favore di una nuova modalità di insegnamento della filosofia che viene definita "tematica" ma dietro la quale si nasconde la precisa volontà di diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale e funzionale unicamente a neutralizzare prima e a rimuovere poi la profondità critica della filosofia. Pur a voler pensare che il lavoro della Commissione voglia dare risposte alle criticità evidenziate in merito ad un approccio allo studio costruito sull'impressione immediata piuttosto che sulla profondità degli aspetti dettagli oggettivi, l'impressione è quella della volontà di spingere l’insegnamento della filosofia fino al ventunesimo secolo a discapito dell’approfondimento del diciannovesimo e soprattutto del ventesimo secolo. Il progetto, però, sconta in maniera incomprensibile, ma non tanto per quanto prima detto, una compressione dei programmi di studio in favore di uno sguardo (volutamente) approssimativo sulla più stringente attualità. In sintesi, un vero disastro, le cui articolazioni non vanno viste come la casuale coincidenza di sfortunati interventi ma, piuttosto, come le parti organiche di un progetto unitario e coerente: consegnare a una nuova generazione di studenti, già pesantemente svantaggiata dalla condizione di inesorabile declino a cui il nostro Paese sembra consegnato, una formazione debole, priva di respiro, incapace di fornire gli strumenti necessari per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, i suoi fenomeni più recenti, il quadro delle trasformazioni che ne governano il vorticoso divenire. Il ministro, però, non poteva esimersi dal compiere lo stesso disastro nell’insegnamento della Storia del ‘900, letta con la lente dell’ideologia fascista posta alla base del governo Meloni. Sul piano metodologico, le indicazioni non accolgono i risultati della storiografia più recente e si limitano a una storia politica e militare. Non vi è alcun accenno alla storia sociale, alla storia del movimento operaio, alla storia dell’emancipazione femminile, alla storia nella sua globalità. Anche in questo caso nessun dibattito tra gli storici ha preceduto il licenziamento di queste indicazioni chiaramente di regime. La visione ideologica emerge anche nella lettura degli avvenimenti storici principali, laddove la Rivoluzione russa diventa "il colpo di Stato del novembre 1917" mentre il colpo di Stato di Mussolini e le violenze squadriste vengono lette come "l’abilità tattica di Mussolini" e "la marcia su Roma" e "la maggioranza liberale-popolare-fascista" come "vittoria elettorale" del fascismo, nel 1924, senza alcun accenno alle violenze e ai brogli che la consentirono. Mentre si dà ampio spazio alle "forme del consenso dalle politiche sociali alle iniziative culturali" del fascismo, viene citato "il distacco dalle democrazie" del regime solo dopo la guerra d’Etiopia. L'armistizio del settembre 1943 è visto, coerentemente con le interpretazioni neofasciste, come morte della patria, così come il "dramma del confine orientale" e la "perdita dell’Istria" diventano eventi centrali e decontestualizzati, senza alcun riferimento ai crimini italiani in Jugoslavia in ossequio alla propaganda cui il governo ci ha abituati. Non si dà alcun accenno al ruolo dell’Italia negli scenari della Seconda guerra mondiale – dall’intervento in Russia, ai Balcani, al Nordafrica –  e l’Italia fascista appare vittima delle vicende storiche, senza alcuna responsabilità attiva. Né si fa accenno alla responsabilità della Repubblica Sociale Italiana nelle stragi nazifasciste avvenute nel biennio 194-45 e l’unico accenno è relativo alla "guerra civile" mentre la Resistenza è nominata solo per la sua "organizzazione politica e militare". Da parte del Ministero, sul piano metodologico, viene dichiarato programmaticamente che "le indicazioni nazionali tengono ferma anche per i licei la scelta di indicare nella storia politica la via maestra per accostarsi allo studio del passato". L’indottrinamento ideologico cui mira probabilmente il ministro Valditara è esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere lo studio della storia. La futura gioventù non deve pensare: credere, obbedire, combattere.

 

 





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