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CONTRO IL DECRETO «SALARIO GIUSTO» PER UN SALARIO DEGNO
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- Di Comintern
- Sabato, 02 Maggio 2026 14:36
Nel decreto «Primo Maggio» non c’è niente di serio per i nostri salari, ma questo lo si era già capito da tempo. La sberla del 3,1% sui conti pubblici e la rigidità dell'Unione Europea nel tenere fermi i paletti del Patto di Stabilità non danno al governo Meloni molto spazio di agibilità, soprattutto alla luce dei vergognosi impegni assunti dall'Italia in materia di spesa militare. Ma una novità di un certo rilievo nel decreto c’è e non è positiva. All’articolo 7 viene stabilito il criterio di “salario giusto” al quale dovrebbero attenersi i datori di lavoro che intendano accedere alle decontribuzioni previste dal decreto stesso. Ma di fatto si tratta di un colossale affronto ai lavoratori salariati, una presa in giro miserabile. Questo decreto non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono elargiti alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del Mezzogiorno. È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, perché inciderà sul montante contributivo Inps. È forse sbagliato dire che il governo non dà nulla ai lavoratori: in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese. Ben oltre la solita propaganda del governo, bisogna subito evidenziare che questo decreto offende e danneggia al tempo stesso donne e uomini che vivono di lavoro dipendente che è lungi dall’essere «salario giusto» e, in più, oltraggia la nostra Costituzione per almeno due ragioni. La prima ragione è, per l’appunto, lo stravolgimento dell’articolo 36 del testo costituzionale laddove è scritto che la retribuzione dei lavoratori deve essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” Proprio rifacendosi a questo principio costituzionale è accaduto che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari, da fame, inferiori ai 4 euro all’ora, sottoscritti da Cgil/Cisl/Uil. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della ‘equa retribuzione’ non solo non coincide affatto con quello della contrattazione ma, addirittura è preminente rispetto ad essa. Invece il governo ha, come sempre, ribaltato il dettato costituzionale e ha decretato che i contratti – purché firmati da sindacati ‘comparativamente più rappresentativi’ – siano già un’equa retribuzione. La seconda ragione per cui il decreto lede i diritti del lavoro è l’opportunità concessa alle imprese di non firmare gli accordi. Il governo, infatti, ha stabilito, all'articolo 11 del decreto, che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato) dell’inflazione che, però, è penalizzante per i lavoratori in quanto non comprende i costi del petrolio e del gas. In tal modo, indirettamente, si incentivano le imprese a non firmare – più allunghi la durata del contratto, meno paghi – in modo tale da dover poi pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi ma, come sostengono peraltro i Cgil/Cisl/Uil, senza recuperare il potere d'acquisto perso dai lavoratori. Diverso sarebbe stato il discorso se il governo avesse approvato la norma, annunciata ma immediatamente affondata da Confindustria, per la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Non solo, infatti il vicepresidente di Confindustria ha, puntualmente, sottolineato che, senza aumenti di produttività, il rialzo del costo del lavoro comporta rischi per le imprese, proponendo piuttosto di lavorare sulle voci di costo del salario, come la defiscalizzazione e/o la decontribuzione degli aumenti contrattuali. Non mancano le critiche sindacali riguardo all'indice IPCA (depurato dai costi energetici) ritenuto già penalizzante e all'indennità del 30% considerata una quota troppo esigua per recuperare il potere d'acquisto perso, temendo per l’appunto, che le imprese siano incentivate a non firmare i rinnovi puntualmente. Ma la truffa, perché di truffa si tratta, ancor più miserabile a danno di lavoratrici e di lavoratori salariati è perpetrata con l’adozione del contratto che prevede il trattamento economico complessivo (TEC) non inferiore al trattamento economico complessivo previsto dal CCNL stipulato dalle organizzazioni più rappresentative. Ma il TEC è una misura estremamente diversificata da contratto a contratto, poiché comprende i minimi tabellari – il cosiddetto trattamento economico minimo (TEM) – più tutte le figure accessorie della retribuzione, dalla 13esima alla 14esima, alle più diverse indennità, al welfare aziendale, ai premi di produttività, e quant’altro. Confrontare, pertanto, i TEC di due diversi contratti è un’operazione finanziariamente molto complessa che apre la strada a infiniti contenziosi tra aziende e lavoratori. Viene da pensare che la scelta del TEC sia stata pensata e realizzata dal governo per introdurre una norma sufficientemente ambigua da lasciare alle imprese la possibilità di adottare contratti al ribasso – i cosiddetti contratti “pirata” – dove le parti accessorie del salario vanno a configurare una retribuzione potenzialmente in linea con i CCNL firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. C'è però da tenere presente, cosa che il governo non ha ritenuto di fare, che in questi anni, vari Tribunali hanno contestato i salari sotto la soglia costituzionale, facendo sempre riferimento ai minimi tabellari, il TEM, perché quella è soglia facilmente individuabile e confrontabile tra contratti. Con questo decreto, il governo fa un’operazione chiaramente in linea con la sua natura di classe e, invece di combattere i salari poveri come dichiarato con la solita enfasi e senza contraddittorio da Meloni, raggiunge l’obiettivo di riconoscerli e di legittimarli. Nei fatti, quindi, con questo decreto il governo del capitale conferma la sua visione di classe che punta a mantenere il lavoro povero, precario e indegno.