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PER LA RICOSTRUZIONE DEL PARTITO E PER L'UNITÀ DEI COMUNISTI
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- Di Comintern
- Mercoledì, 11 Febbraio 2026 17:30
Dobbiamo convincerci che lo sviluppo di una presenza efficace dei comunisti italiani non consiste nel rimettere insieme i pezzi di un puzzle perché in tal modo, a freddo, non si costruisce nulla che abbia un senso. Qual è invece la strada? E da quale necessità oggettiva parte la ricostruzione? Dalla risposta a questi interrogativi si deve partire per comprendere il «Che fare?» a cui devono tendere i comunisti italiani. Innanzitutto, tra i compagni bisogna aprire una discussione su come, dopo la liquidazione del PCI, è partito il tentativo – meglio dire i vari tentativi – di ricostruzione di una forza comunista in Italia. Le caratteristiche di questa ripartenza, per quanto ci riguarda, sono state tutte sostanzialmente negative. Innanzitutto, il primo errore è stato quello di pensare che si potesse ricostruire il Partito senza fare i conti con la crisi del movimento comunista perché ricostruire una forza comunista non poteva essere uno slogan dietro cui, peraltro, si nascondevano vecchie teorie sconfitte dalla storia e varie strumentalizzazioni elettoralistiche. Occorreva approfondire, invece, le ragioni degli avvenimenti e valutarne le implicazioni. L'operazione di ricostruzione è rimasta, invece, almeno finché portava voti, in mano ai cattivi maestri che pensavano che la liquidazione del PCI aprisse strade infinite per il loro avventurismo politico, finché poi la realtà non ha dimostrato il contrario e contribuito a sfasciare un sogno. Il secondo punto su cui riflettere riguarda la necessità che la ricostruzione di una forza comunista si connetta alle contraddizioni della società e come ciò possa avvenire e quale ruolo i comunisti debbano svolgere perché non si può essere comunisti ‘a prescindere’ ma al contrario bisogna misurarsi con la realtà e studiare e analizzare la situazione corrente.
Quale percorso per l’unità
Riflessione e percezione della realtà sono i punti di partenza. Ma con queste premesse, a che punto siamo della ricostruzione del Partito? Il percorso, forse più di uno, rimane arduo e difficile per chi si propone di andare avanti e bisogna lucidamente riconoscere che siamo ancora fermi, in concreto, con tante enunciazioni che non hanno seguito politico condiviso. Da ultimo la nascita del Partito Comunista di Unità Popolare (PCUP) nato dall’unione di due movimenti, figli di due scissioni, ma in ambito ristretto e non con ampia e diffusa condivisione con altri movimenti/partiti che si rifanno al comunismo. Ovviamente, questi compagni – che andranno a Congresso fondativo in questo mese di gennaio – si dicono aperti a contributi di altri compagni. Ma l’invito ad aderire dopo un Congresso segna il prevalere della logica della cooptazione, non della condivisione di un programma politico. Nonostante questo,, però, esiste un'area di compagni che ancora ritiene, e che ancora richiede, di doversi esprimere da posizioni comuniste nella lotta contro lo sfruttamento, l'imperialismo e la logica del profitto, per costruire una società nuova e di farlo collettivamente. Fermo restando, però, il fatto che dai vari cantieri e dalle varie aree di militanza non si concretizza un percorso, che pure può diventare grandioso, allargato a tutte le galassie e proteso al recupero di compagne e compagni per vari motivi disillusi. Un percorso comunista che sia in sintonia con lo sviluppo dei processi reali, riesca a svolgere una funzione effettiva di trasformazione della situazione reale e, non ultimo, approfondisca gli elementi teorici di prospettiva. Percorso obbligato perché, come i fatti dimostrano, sia rispetto alla consistenza elettorale che ai livelli di militanza e di radicamento di una forza comunista, non è con l'appello alla falce e martello, all’uscita dalla NATO e dall’Euro che si risolve la questione della ricostruzione della presenza organizzata dei comunisti. Cosa serve, allora, per mettere in moto un meccanismo di riorganizzazione di una presenza effettiva dei comunisti nella società? In primo luogo, bisogna partire dal fatto che un partito, per ricostruirsi ha bisogno di dimostrare concretamente di avere una efficacia nell’azione politica e non vivere di ricordi di storia politica perché non si può pensare che i principi enunciati siano da soli in grado di sciogliere i nodi strategici, ma anche tattici, che si pongono a una formazione comunista che deve, invece, dimostrare nella realtà di aver individuato la strada giusta. Il rischio è che i comunisti si riducano a un’organizzazione di nicchia oppure a un'associazione di intellettuali che scindono la ricerca teorica dalla pratica politica. I comunisti organizzati sono, e devono effettivamente rappresentare, il punto più avanzato del fronte della trasformazione sociale. Oggi sono alla coda di questo processo, un fatto che dovrebbe portare a una riflessione sullo stato dell'arte della ricostruzione del Partito, mettendo al centro della discussione la «questione comunista».
La questione comunista
Non si può essere comunisti ‘a prescindere’ senza cadere nella pastoia dell’identitarismo. Molto tempo è passato dalla fondazione dell'Internazionale Comunista e dalla crisi del movimento comunista internazionale, per cui, necessariamente, riparlare di comunismo e di comunisti significa stabilire punti di riferimento obiettivi che, fino ad oggi, non abbiamo avuto anche in assenza di profondi dibattiti sulla «questione comunista». Si è avuta la conferma di un’astratta posizione marxista-leninista da parte di un certo numero di partiti che si definiscono comunisti e, soprattutto, c'è stata un’adesione maggioritaria di organizzazioni comuniste nel mondo alla “svolta” del marxismo in Cina, dopo l'esperienza sovietica, definita dai teorici revisionisti di quel Paese come “socialismo con caratteristiche cinesi”. Per riportare la questione ai giorni nostri, essere comunisti in Italia significa analizzare dialetticamente la situazione attuale, individuare e teorizzare una strategia concreta di trasformazione della società, verificare in continuo sia bilanci che prospettive dell’azione politica in attinenza allo sviluppo della realtà sociale ed economica. Se si vogliono creare le basi per costruire un'organizzazione comunista in Italia bisogna fare i conti almeno con due difficoltà che ne hanno impedito finora lo sviluppo: il progressivo esaurimento dell’egemonia politico-culturale della sinistra antagonista che si è andata sviluppando con la crisi e con lo scioglimento del PCI e l'assenza, nel momento in cui si è tentato di ricostruire qualcosa che assomigliasse a quel partito – di un riferimento storico e politico, non puramente formale, all'esperienza storica del PCI. Non c’è dubbio che la drammaticità e la gravità degli avvenimenti collegati alla dissoluzione del PCI ha indotto molti compagni a dare sulla vicenda un giudizio definitivo e negativo e, conseguentemente, a riaprire un capitolo nuovo di ‘rifondazione’ del comunismo che ben presto, però, ha dimostrato la sua inconsistenza, tanto nella versione burocratica “cossuttiana” quanto nella versione movimentista “bertinottiana”. Il fallimento di queste «rifondazioni» ha spianato la strada a una pratica politica antagonista che si riproduce quotidianamente con caratteristiche più simili allo scontro politico e sociale tipico del movimentismo piuttosto che strategico e finalizzato a superare settarismo e velleitarismo. Per capire il problema dobbiamo ritornare a Gramsci e a Togliatti come riferimenti concreti e storici di una prassi che esce dalla quotidianità e diventa analisi scientifica su come impostare una strategia collegata al contesto in cui i comunisti operano. Tra i due Capi del comunismo italiano esiste un punto essenziale di collegamento rispetto a quanto hanno fatto nel loro ruolo di dirigenti del proletariato ed è proprio questo punto essenziale che oggi ci serve di riferimento per capire come un'esperienza comunista possa rinascere. Gramsci e Togliatti, infatti, hanno indagato a fondo le caratteristiche della società italiana e dall'analisi delle contraddizioni e dello specifico contesto storico hanno ricavato il «che fare?». Gramsci all’epoca dell'Aventino, dopo il delitto Matteotti, iniziò a dare una linea teorica a un PCI ingessato dal bordighismo, fino ad arrivare alla tesi di Lione del 1926 in cui definì le forze motrici della trasformazione rivoluzionaria italiana. Solo il carcere gli impedì di continuare a esercitare la sua funzione di dirigente politico ma col lavoro sviluppato nei «Quaderni» proseguì la ricerca degli aspetti essenziali della società e della cultura italiane da cui ricavare indicazioni non effimere su come impostare la battaglia comunista. Togliatti nel 1944 riprese questa impostazione e si misurò con la situazione che andava emergendo dalle ceneri del fascismo, valutando la dislocazione delle forze in campo, a partire da quelle anglo-americane, ed elaborando una teoria e poi, nel Partito, una strategia adeguata alla fase storica, esplicitata con la svolta di Salerno. Fu opera grandiosa che incardinò l'asse Resistenza-Repubblica-Costituzione, da cui nacque, successivamente, l'impostazione più ampia e di portata mondiale di posizionare la battaglia dei comunisti italiani al fianco del fronte ampio rappresentato dai Paesi socialisti e dai movimenti antimperialisti, con un forte radicamento in tutte le pieghe della società italiana che non accettavano la normalizzazione atlantista e la restaurazione post-fascista. Su questa linea di resistenza il PCI si consolidò e riuscì a condizionare tutto il quadro della vita politica italiana.
Per una corretta prospettiva
Alla luce di questo, la ‘rinascita’ comunista dopo la grande crisi dovuta al crollo dell'URSS e dei partiti comunisti europei non poteva essere concepita se non collegando il presente con ciò che i comunisti avevano rappresentato nella società italiana fino alla liquidazione del PCI alla Bolognina. Per ricostruire una teoria e una prassi adeguate alla nuova fase storica bisognava analizzare i punti di crisi nel rapporto tra società e partito, ripensare le basi su cui il Partito era stato fondato e costruire di conseguenza un piano di azione e di sviluppo per tornare ad essere avanguardia delle masse lavoratrici. Senza fondamenta consolidate, i comunisti sarebbero rimasti lontani dai veri problemi che attraversavano la realtà sociale, non potendo produrre un rapporto di effettiva interlocuzione con le classi sociali e con i settori della società civile che erano e si presentavano effettivamente come antagonisti al sistema. Si trattava di ripartire non da uno schema ideologico, in quel momento troppo frammentato, ma da ciò che effettivamente la società esprimeva, tenendo conto soprattutto del fatto che la liquidazione del PCI aveva prodotto un ripiegamento di tutti gli strati sociali, a partire dai lavoratori, che avevano sostenuto i comunisti con milioni di voti e di iscritti. Non aver seguito un percorso di questo tipo ha portato, nei fatti, a una scissione tra il corpo sostanziale della società e le minoranze politiche che hanno trovato come punto di sfogo la radicalizzazione e il settarismo, allontanandosi da un progetto largamente condiviso nella società e capace di trascinare masse consistenti di lavoratori e di cittadini. Oggi siamo ancora a questo punto. Per questo bisogna ragionare su come affrontare il futuro e capire quali sono gli effettivi rapporti di forza, su quali elementi sociali e politici bisogna puntare per modificare la situazione corrente, come creare un'organizzazione che esprima in modo maturo le esigenze della trasformazione e sappia misurarsi in modo concreto coi suoi avversari di classe. Il punto centrale dell'analisi diventa dunque questo: su quale terreno si può contrastare oggi il potere della Destra politica, economica e finanziaria e ricostruire un Partito di comunisti capace di incidere nella realtà e nei rapporti di forza? Compito riservato a ristrette minoranze che vogliono crescere su sé stesse, oppure creare la possibilità di recuperare una sedimentazione storica, quella dei comunisti, che ha lasciato il segno nella politica nazionale e che in questo momento può rappresentare il punto di appoggio per una svolta politica sia di ricostruzione organizzativa che di massa critica in rapporto dialettico col Partito? Senza un recupero teorico e storico è grande il rischio che corrono i comunisti di restare inchiodati alla logica di un antagonismo, a volte di tipo proudhoniano, che tiene banco nel tentativo di contrapporsi al sistema politico e sociale odierno ma senza costruire le basi teoriche necessarie. Eludendo il nodo storico rappresentato dal modo in cui i rapporti di classe si sono riconfigurati e si sono andati esprimendo nella nuova fase storica si rimane inchiodati a ‘un passo avanti e due indietro’ di una quotidianità che si ripete senza che da comunisti si riesca a fare qualche passo in avanti nella creazione di una forza di classe veramente rappresentativa e Enza la capacità di incidere sui rapporti di forza.