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Per un Partito marxista-leninista

Nella sua nota opera intitolata "Dal socialismo utopico al socialismo scientifico", Engels ha stabilito in modo chiaro ed esatto il principio che regola i rapporti tra il partito comunista e la classe operaia: "Il socialismo scientifico, espressione teorica del movimento proletario, è quello chiamato ad approfondire le condizioni storiche e, con ciò, la natura stessa di questo atto (la rivoluzione proletaria), infondendo alla classe chiamata a fare la rivoluzione, alla classe oppressa, la coscienza delle condizioni e della natura della sua stessa azione".  
Questo stesso concetto di principio è quello che esprime il "Manifesto del Partito Comunista", quando afferma che i comunisti hanno "il vantaggio di conoscere le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario". Sulla base della conoscenza del modo di produzione capitalista, delle sue contraddizioni fondamentali, del carattere sociale della produzione e dell’inevitabile risultato dello sviluppo della lotta di classe, Marx ed Engels hanno stabilito le condizioni necessarie del passaggio al socialismo e al comunismo, facendo allo stesso tempo notare la necessità del Partito come strumento indispensabile della rivoluzione. Queste non erano idee o principi inventati o scoperti "da questo o quel rinnovatore del mondo", bensì "espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi".  
È noto che Lenin, appoggiandosi alle idee di Marx ed Engels, sviluppò il suo stesso pensiero politico nella lotta contro l’anarchismo e il revisionismo partendo, esattamente, da una critica radicale e senza concessioni dello spontaneismo, critica che continua a conservare per noi tutta la sua attualità:"Gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere loro apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, in altre parole la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc.".  Lenin illustrava questo concetto con la seguente citazione di Kautsky:"Il socialismo, come dottrina, ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato; esso deriva, al pari di quest’ultima, dalla lotta contro la miseria e dall’impoverimento delle masse generato dal capitalismo; ma socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altra e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l’una né l’altra; sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi (sottolineato da K.K) [...] La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente".  
Da qui che Lenin concluda affermando, in un’apparente contraddizione con ciò che appare esposto più sopra, che "Lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese [...] per cui il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità".  Il socialismo di Marx ed Engels, di Lenin, Stalin e Mao è la seria intenzione di appoggiare la pratica della lotta di classe, il movimento reale che passa "davanti ai nostri occhi", nella conoscenza che già abbiamo di essa, di farla in modo cosciente, eliminando gli elementi "utopici", opportunisti, "spontaneisti", che spingono più volte per condurla su strade sbagliate, già percorse o decisamente reazionarie.
È luogo comune affermare che sono gli uomini e le donne, e non gli dei, le personalità o gli Stati coloro che fanno la storia. Tuttavia gli uomini non fanno la storia in una circostanza qualunque e, meno che mai, qualunque tipo di storia. Marx insisteva su quest'aspetto. Egli non parlava dell’uomo in astratto, ma metteva sempre l’accento sulle classi; si riferiva all’uomo storico, "in carne ed ossa". Affermava che "gli uomini fanno la loro stessa storia ma in determinate condizioni".
Tra queste condizioni, gli spontaneisti sono soliti porre in primo piano quelle di tipo economico. Non capiscono che la lotta per il socialismo riveste un carattere speciale che la distingue essenzialmente dalle rivoluzioni precedenti e che comincia solo quando la classe operaia prende coscienza della sua necessità e si organizza per condurla a termine. In questo processo il lavoro del partito risulta indispensabile, in quanto apportatore di detta coscienza. Quello che qui viene evidenziato è questa coscienza e non il partito in quanto organizzazione, perché è vero che un tale partito può degenerare, separarsi dalle masse e abbandonare gli obiettivi o mete rivoluzionarie che all’inizio lo avevano ispirato (ben sappiamo quanto spesso questo è accaduto nella storia).
Tuttavia, questi "incidenti" non devono condurci a rinunciare a questo strumento imprescindibile della rivoluzione. Comunque, ciò che si deve fare è cercare di evitare che perda il suo obiettivo e che la borghesia, ad un certo punto, possa farlo degenerare ed utilizzarlo contro il movimento operaio rivoluzionario. Questo è un problema la cui soluzione parzialmente dipende dall’applicazione da parte del Partito della "linea di massa", ma soprattutto o essenzialmente da una linea ideologica e politica giusta, marxista-leninista.
Questo è così perché, al dirigerci alle masse, ci si porrà sempre il problema verso dove dirigerle, quali sono gli obiettivi immediati e quelli a più lungo termine delle sue azioni, chi sono i suoi nemici e chi i suoi alleati, quali i metodi di lotta che devono essere usati, come organizzarsi, ecc. Ovvero, il partito non si dirige alle masse come un semplice alunno che deve imparare tutto da esse perché, in generale, è più ciò che deve insegnare che ciò che deve apprendere da esse. In caso contrario, dovremmo ammettere che la funzione del partito risulta non necessaria.
Dall’inizio la creazione del partito come apportatore di coscienza e strumento del movimento rivoluzionario genera una contraddizione che si manifesta nei suoi rapporti con le masse e che si riflette in seno stesso del partito. I partiti comunisti hanno molto spesso cercato di risolvere queste contraddizioni stabilendo rapporti molto stretti con le masse e l’applicazione del principio del centralismo democratico nel suo funzionamento interno. Lenin insisteva in modo particolare sulla necessità d'essere attenti alle necessità immediate delle masse e di apprendere da esse come il maestro impara dall’allievo.
Da parte sua, già Marx aveva avvertito che "l’educatore ha bisogno di essere educato". Ovvero, il partito come distaccamento più cosciente non solo deve educare le masse, ma anche imparare da esse. Le masse, senza il lavoro che il partito svolge tra esse, non sono in grado di educarsi né di elevare la propria coscienza politica; il partito, a sua volta, se non impara dalle masse e tende a diventare una élite, separata da esse, finisce per burocratizzarsi e, irrimediabilmente, degenera. Questo, tuttavia, non significa che i ruoli debbano essere cambiati, cosa del resto impossibile.
Coloro che propugnano un "movimento rivoluzionario di massa" privo di una direzione e di chiari obiettivi politici di classe, ciò che in realtà nascondono altro non è se non la loro intenzione di "guidare" il movimento verso nessun luogo o, come spesso succede, verso obiettivi riformisti borghesi. Ciò per non dilungarci sull’impossibilità che possa esistere in un qualche momento un movimento di massa autenticamente rivoluzionario, senza che questo faccia prima emergere dal suo seno il settore più avanzato e disciplinato.
Il succitato problema si riferisce fondamentalmente al rapporto del partito con le masse, così come al ruolo che queste, dirette dal partito, devono giocare tanto nell’elaborazione quanto nell’applicazione della linea politica; una questione che Mao Tse-tung ripropone:“In tutto il lavoro pratico del nostro partito, una direzione giusta deve fondarsi sul seguente principio: ‘dalle masse alle masse’. Questo significa che bisogna raccogliere le idee delle masse (frammentarie, non sistematiche), sintetizzarle (attraverso lo studio trasformarle in idee generalizzate e sistematiche), quindi portarle di nuovo alle masse, diffondere e spiegare queste idee finché le masse non le assimilano, vi aderiscono fermamente e le traducono in azione e verificare in tale azione la giustezza di queste idee. Poi sintetizzare ancora una volta le idee delle masse, e riportarle quindi alle masse perché queste idee siano applicate con fermezza e sino in fondo. È sempre così, ininterrottamente, come una spirale senza fine; le idee ogni volta saranno più giuste, più vitali e più ricche. Questa è la teoria marxista della conoscenza".  
Si tratta, come vediamo, di un problema relativo alla pratica e con implicazioni teoriche assai evidenti, non lo neghiamo, in modo particolare quando un'organizzazione comunista si trova nella sua fase embrionale.
È in situazioni come questa quando frasi come: "la pratica è cieca se non è guidata da una teoria rivoluzionaria" e "senza teoria rivoluzionaria d'avanguardia non può esserci movimento rivoluzionario d'avanguardia", acquisiscono tutto il loro significato.
Queste frasi di Lenin e di Stalin e molte altre che potremmo trarre dai classici non lasciano ombra di dubbio sulla necessità e l’importanza della teoria rivoluzionaria, anteponendola a qualsiasi tipo di movimento che manchi di un chiaro orientamento politico di classe. Da qui deriva uno dei più importanti compiti che deve affrontare un’organizzazione comunista che abbia l’obiettivo di costruire (o ricostruire) il Partito.
L’elaborazione della teoria della rivoluzione di ciascun paese (la sua strategia, il suo programma, la sua tattica) si evidenzia come un compito strettamente legato alla costruzione del Partito, dato che, in fin dei conti, sarà questa teoria quella che le consentirà di legarsi alle masse, lavorare attivamente tra queste e dirigerle durante la rivoluzione. Non stiamo suggerendo che questo sia un compito facile, né che possa essere realizzato in qualche mese o in qualche anno. Vogliamo semplicemente indicare che solo ed unicamente su questa base (un’organizzazione che operi guidata da una teoria rivoluzionaria) si potrà sviluppare un movimento veramente di massa che sia rivoluzionario.
Come indica Lenin, il lavoro teorico dei comunisti dovrà "essere diretto a studiare concretamente tutte le forme dell’antagonismo economico [...], a studiare il legame esistente fra di esse e il loro sviluppo coerente; dovrà svelare questo antagonismo ovunque sia mascherato dalla storia politica, dalle particolarità degli ordinamenti giuridici, dai pregiudizi teorici radicati. Dovrà offrire un quadro completo della nostra realtà, come sistema determinato di rapporti di produzione, mostrare che sfruttamento ed espropriazione dei lavoratori sono conseguenza di questo sistema, mostrare la via d’uscita da questo regime che lo sviluppo economico indica".  
Un’altra questione d'enorme importanza consiste nel determinare il ruolo che in questo processo assume il lavoro pratico. Su questo particolare Lenin fa notare nello stesso testo che abbiamo appena citato quanto segue: "Sottolineando così la necessità, l’importanza e la vastità dell’azione teorica dei socialdemocratici, non voglio affatto dire che questo lavoro debba avere la precedenza sul lavoro pratico. E ancora meno che quest’ultimo debba essere rimandato fino al compimento del primo. Solamente gli ammiratori del ‘metodo soggettivo in sociologia’ o i discepoli del socialismo utopistico potrebbero giungere a questa conclusione. Certo, se si pensa che il compito dei socialisti consista nel cercare ‘altre vie di sviluppo’ (all’infuori di quelle reali) per il paese, è naturale che il lavoro pratico sia possibile solo quando filosofi di genio avranno scoperto e indicato quelle ‘altre vie’ [...] La cosa è completamente diversa, quando si pensa che i socialisti devono essere i capi ideologici del proletariato nella sua lotta reale contro i suoi reali nemici, che si ergono sul reale cammino dell’attuale sviluppo sociale ed economico. In questo caso, il lavoro teorico e il lavoro pratico confluiscono in un unico lavoro che è stato giustamente caratterizzato da Liebknecht, veterano socialdemocratico tedesco, con queste parole: Studieren, Propagandieren, Organisieren".  
Non c’è quindi alcun dubbio: è necessario rivolgersi alle masse, specialmente agli uomini e alle donne più avanzati, per ottenere il loro appoggio, inculcare loro la coscienza politica delle loro lotte, collaborare alla loro organizzazione indipendente dalla borghesia e anche imparare da esse. Questo è quanto abbiamo fatto. Abbiamo seguito una "linea di massa" guidati dal marxismo-leninismo; una linea di massa adattata alle nostre condizioni, a quelle di un paese con una struttura economica e sociale capitaliste e in cui, inoltre, domina un regime di dittatura fascista del gran capitale.
In tali condizioni non potevamo, all’inizio, far riferimento alla direttiva "dalle masse alle masse", per il semplice motivo che, prima di poterci dirigere alle masse, avevamo bisogno di sapere che fare tra esse e questo è qualcosa che, come si può capire, le masse, intimorite in buona parte dal fascismo e influenzate e confuse dal revisionismo, non potevano indicarci. Così abbiamo dovuto essere noi, in base agli insegnamenti del marxismo-leninismo e dello studio della situazione concreta della Spagna, quelli che hanno dovuto deciderlo. Per questo avevamo anzitutto bisogno di organizzarci, riunire le nostre forze e metterci d’accordo per iniziare a lavorare sul serio.
Questo processo non è stato realizzato senza superare numerose difficoltà e senza lotta all’interno della stessa organizzazione, cosa che ha consentito, contemporaneamente, di rafforzarci e che le idee si venissero facendo più chiare. Bene, così come già abbiamo segnalato, questa nostra esperienza contraddice in modo palese il concetto spontaneista secondo il quale devono essere "le masse", in ogni condizione o circostanza, ad indicare la condotta o la linea che l’organizzazione comunista deve adottare.
A quanto pare, gli spontaneisti ancora non hanno capito che il marxismo non ha nulla a che vedere con questo concetto della "linea di massa" e che il compito principale che da sempre si sono posti i comunisti, da Marx a Mao, è esattamente consistito nel cercare di realizzare la fusione tra il movimento delle masse e la teoria marxista, anche se non nella forma in cui essi la descrivono. Ovvero, non si tratta di inculcare nelle masse teorie o conoscenze più o meno generali o astratte mentre integriamo nella linea del partito le idee economiciste o riformiste delle masse, bensì si tratta di portare a capo tra esse un lavoro multiforme, autenticamente comunista, orientato fondamentalmente ad elevare la loro coscienza politica e la loro conoscenza di tutti i problemi e compiti relativi alla rivoluzione. Logicamente, per far ciò, il partito deve legarsi alle masse, preoccuparsi dei loro problemi e imparare da esse; deve trarre insegnamenti che derivano dalle loro lotte, ma non solo, né principalmente, dalle loro esperienze di lotta economica, bensì dalle esperienze più avanzate del movimento operaio rivoluzionario, elaborandole e ampliandole.
Per tutto questo è necessaria una linea di massa, cosa che non deve essere confusa con la linea "massista" che preconizzano gli spontaneisti.
Il partito deve imparare dalle masse. Ma la conoscenza che può trarre da esse è e sarà limitata. Bisogna ricordare che la situazione dei lavoratori nella società capitalista non consente loro di accedere alle nozioni necessarie per elaborare il programma, la strategia, la tattica, ecc. Le masse, al massimo, possono raggiungere una conoscenza parziale, superficiale, del mondo e della società. Per raggiungere una conoscenza concreta che consenta pianificare e tracciare linee rivoluzionarie di attuazione sono necessarie una pratica e una teoria rivoluzionarie, e questa teoria, nei suoi aspetti più generali o di principio, è contenuta nel marxismo-leninismo e può essere portata al movimento di massa dall’esterno.
È da lì, dal marxismo-leninismo, da dove i comunisti partiamo per iniziare il lavoro tra le masse ed elaborare il programma, la strategia e la tattica della rivoluzione, così come "la linea di massa" che ci consentirà di portarle a buon fine. Questo è il problema della integrazione di quella teoria generale e di quei principi alle condizioni di ciascun paese, e questo può farlo solo il partito comunista, armato della teoria marxista-leninista. Sostenere un’altra posizione, non solo equivarrebbe a negare la necessità del partito, ma anche la necessità della stessa teoria rivoluzionaria e dei principi rivoluzionari. Questo, come è noto, è l’abbecedario del marxismo.
Da dove provengono le idee giuste, rivoluzionarie? Noi sappiamo che non cadono dal cielo, né sono innate nell’uomo. Provengono dal rapporto dell’uomo con la natura e dai rapporti che gli uomini stabiliscono tra loro; o, per dirla in altro modo, provengono dalla pratica, dai tre tipi fondamentali di pratica: la pratica produttiva, la pratica politica e la pratica scientifica. Noi ci soffermiamo in modo particolare sulla pratica politica; si potrebbe dire che è il nostro settore specifico di attuazione. La pratica politica che noi realizziamo è una pratica politica rivoluzionaria e da essa scaturiscono le nostre idee. Prendiamo inoltre idee dal movimento di massa rivoluzionario e le inseriamo nel nostro programma. Ma le masse mettono in atto anche un tipo di pratica politica che non sempre è rivoluzionaria.
Accade assai spesso che le masse propendano verso una pratica politica riformista e persino reazionaria e questa pratica provoca nelle masse alcune idee riformiste o reazionarie. Queste idee possono essere una fonte di ispirazione o di conoscenza per un’organizzazione o un partito che abbia la pretesa di essere rivoluzionario?
Qui non si tratta che le masse siano, in un determinato momento, reazionarie o rivoluzionarie. Questa è una messa a fuoco sbagliata della questione che spesso nasconde le reali difficoltà attraverso le quali passa il movimento, ovvero l’incapacità dei rivoluzionari ad adattarsi a dette condizioni, trarre da esse insegnamenti e far avanzare, per poco che sia, l’organizzazione, senza fare concessioni di principio al nemico.
Comunque, i comunisti non dobbiamo lasciarci trascinare dalla corrente generale e meno ancora correre dietro al "movimento di massa"; al contrario, dobbiamo sforzarci di metterci a capo del movimento per indirizzarlo sulla via rivoluzionaria. Come è comprensibile, questo non può essere realizzato se ci lasciamo "guidare" dalle idee arretrate delle masse, se ci lasciamo "ispirare" da esse; diventa invece possibile solo quando stabiliamo con le masse un rapporto giusto, in base ai principi rivoluzionari marxisti-leninisti e alle idee avanzate che derivano dall’esperienza del movimento di massa.
Questa è la linea di massa che noi difendiamo, una linea di massa applicata ad alcune condizioni diverse rispetto a quelle che c’erano in Cina nell’epoca in cui Mao Zedong ha formulato la linea di massa del PCC, quando, certamente, le masse di centinaia di milioni di contadini, operai e soldati erano da molto tempo inserite in un processo rivoluzionario le cui caratteristiche erano comprese male dai comunisti, cosa che spesso li portava a deformarle, guidando la rivoluzione in una strada sbagliata.
Era quindi necessario, di conseguenza, analizzare le condizioni concrete della Cina e l’esperienza della lotta rivoluzionaria delle masse onde evitare gli errori del dogmatismo e dell’empirismo che sino a quel momento erano stati predominanti nel Partito. Per questo motivo Mao formula la linea di massa e spiega, in rapporto ad essa, la teoria marxista della conoscenza. Ci sembra assolutamente necessario fare questa distinzione, perché, al contrario, saremmo costretti a dover ammettere qualsiasi "linea di massa" e qualunque "teoria" marxista della conoscenza.

L’unità tra la teoria e la pratica

È evidente che la pratica che noi realizziamo non è cieca né va appresso al movimento di massa; al contrario, imprime ad essa già dall’inizio una determinata direzione. Neppure il lavoro teorico è realizzato in modo cieco o "teoricista". La teoria nasce dalle necessità della pratica e serve queste necessità. Per questo motivo si può inoltre affermare che la pratica determina gli obiettivi del pensiero teorico. Questo processo si effettua attraverso una combinazione della teoria marxista-leninista con la pratica concreta della nostra rivoluzione adattata al livello di sviluppo e di conoscenza in cui si trova il movimento organizzato. In questa prima fase del processo della conoscenza, il marxismo-leninismo ha il ruolo principale in quanto fattore teorico, mentre il vincolo che stabilisce l’organizzazione con la realtà del paese e con la lotta delle masse rappresenta il fattore empirico o, per dirla in altri termini: l’organizzazione comunista non parte solo da una conoscenza "percettiva"; ma neppure si limita, durante questa fase, a quanto è puramente "razionale", che è il tipo di conoscenza dei fenomeni sociali ed economici che sono solite avere le masse.
In questa prima fase cui stiamo facendo riferimento l’organizzazione non può oltrepassare il limite delle leggi e delle idee generali e delle conoscenze astratte, comuni a tutti i paesi. Da qui la necessità di studiare le condizioni concrete di ciascun paese, con il fine di poter scoprire la forma che dette leggi adottano. Per lo stesso motivo, questo processo della conoscenza non può essere diviso in due tappe: una prima tappa presumibilmente "percettiva" e un'altra "razionale". Ipotizzare questa divisione in due tappe del processo della conoscenza ci condurrebbe a prescindere già dall’inizio dell’aspetto teorico, del marxismo-leninismo; ci condurrebbe a non tenere conto delle conoscenze già acquisite dalla pratica del movimento operaio di tutti i paesi, per dipendere totalmente dalla conoscenza "percettiva" immediata delle masse. Sarebbe come retrocedere al Medio Evo per scoprire che la terra non è il centro dell’universo e il sole non gira attorno ad essa.
Com’è comprensibile, questa questione è per noi del massimo interesse, in quanto interessa la teoria marxista della conoscenza che certi supposti "maoisti" sembrano impegnati a travisare, o in base a ciò che definiscono "linea di massa" o, più direttamente, negando attualità ai principi marxisti-leninisti su tutta una serie di questioni che, secondo loro, sarebbero già state "superate" nella "terza fase dello sviluppo del marxismo" dal pensiero di Mao.
Naturalmente, Mao è totalmente estraneo a questi "nuovi apporti" che gli vengono attribuiti. Nonostante ciò, dobbiamo riconoscere che l’impostazione che Mao fa di questo problema in uno dei suoi testi filosofici più importanti induce a questa falsa interpretazione che stiamo commentando, del resto contraria al suo pensiero dialettico.
Scrive Mao: "All’inizio la conoscenza è percettiva. Quando si è accumulato sufficiente materiale di conoscenza percettiva, si verifica un salto: la conoscenza percettiva si trasforma in conoscenza razionale, cioè in pensiero. Questo è un primo momento del processo della conoscenza. É la prima fase nell’intero processo della conoscenza, è la fase che va dalla materia, oggettiva, allo spirito, soggettivo, dall’essere al pensiero [...] Segue allora la seconda fase del processo della conoscenza, la fase che va dallo spirito alla materia, dal pensiero all’essere, in cui l’uomo applica alla pratica sociale la conoscenza acquisita durante la prima fase per verificare se le teorie, le misure politiche, i piani e i metodi raggiungono i risultati previsti".  
Questa tesi di Mao che abbiamo sopra trascritto, tradotta nel linguaggio e nelle idee dei "maoisti", dei "praticisti", dei "massisti" o dei fautori della "terza tappa", significa quanto segue: dapprima le masse acquisiscono conoscenze "percettibili" attraverso la pratica della lotta economica e solo dopo aver accumulato dette conoscenze passano, mediante "un salto", alla conoscenza "razionale" e alla lotta politica. Noi comunisti avremmo l’unico compito di imparare, raccogliendo e sintetizzando questa conoscenza già acquisita dalle masse.
Come vediamo, questa è la stessa concezione dell’economicismo, "la tattica processo", che Lenin aveva criticato agli spontaneisti che prescindono dal partito, dal marxismo, dall’elemento cosciente, per trascinarsi dietro le masse o divulgare tra esse una politica borghese, con il pretesto che gli operai ed altri lavoratori "non sono abbastanza preparati" né comprendono se non ciò che porta "risultati economici tangibili".
Questo concetto che divide in due tappe il processo della conoscenza, una prima percettiva, che poi, attraverso un salto, passa a una seconda razionale, è ciò che noi mettiamo in questione per i motivi che già abbiamo esposto.
Secondo il concetto marxista-leninista, percezione e razionalità formano un'unità e, di conseguenza, non possono essere divise in "tappe" ovvero non rappresentano due fasi separate del processo della conoscenza, bensì due fattori di uno stesso ed unico processo, fattori che si complementano, che si influiscono e si oppongono uno all’altro, progredendo. Qui, è chiaro, non ci stiamo riferendo al problema dell’origine delle conoscenze umane in cui, effettivamente (ed è indubbiamente ciò a cui fa riferimento Mao), si potrebbero individuare queste tappe; non ci stiamo occupando del problema filosofico della "identità dell’essere", del rapporto esistente tra la materia e la coscienza, del problema dell’esistenza del mondo oggettivo, esterno a noi e al suo riflesso nel pensiero dell’uomo attraverso le sensazioni. Quando si pone questa questione, il problema dell’origine o della fonte della conoscenza – e non del suo sviluppo – non esiste alcun dubbio, almeno per un marxista, che il riflesso percettivo della realtà esterna che ci proviene dai sensi, precede il pensiero, l’idea. Supporre un’altra cosa equivarrebbe a cadere nella pozzanghera dell’idealismo o nello "spiritualismo". Tuttavia, quando si parla di "principi politici, piani e misure", stiamo presupponendo una fase di conoscenza che oltrepassa ampiamente l’età più primitiva, quasi zoologica, dello sviluppo sociale.
Stiamo partendo (o dobbiamo partire, nonostante tutte le menzogne e le mistificazioni della reazione) da una conoscenza già accumulata, che riassume l’esperienza storica di tutta l’umanità nella sua marcia inesorabile verso il comunismo, verso la società senza classi, esperienze che già sono state comprovate nella pratica da centinaia di milioni di persone. Questa conoscenza è contenuta nel marxismo-leninismo e continua "ad accumularsi", facendosi più ricco e vario con i nuovi contributi teorici e con le esperienze pratiche che apporta il movimento operaio e comunista di tutti i paesi, in modo tale che non abbiamo bisogno di partire (risulterebbe, peraltro, impossibile) dalle sensazioni, dalla conoscenza percettiva, per poterli acquisire.
È sufficiente studiarli e assimilarli attraverso una pratica autenticamente rivoluzionaria, cosciente, per poterli integrare alle condizioni del nostro paese. Questa integrazione della teoria generale con la pratica concreta della nostra rivoluzione forma l’unità della teoria con la pratica, del razionale-teorico con il percettivo-empirico e la sua peculiarità non consiste nel fatto che derivino l’uno dall’altro (il razionale-teorico dal percettivo-empirico), bensì nel fatto che ambedue le categorie partecipano allo stesso processo della conoscenza.
Gli autori revisionisti sovietici hanno sempre parlato delle "due fasi" della conoscenza, la percettiva e la razionale; costoro, inoltre, erano soliti identificare il percettivo con l’empirico e il razionale con il teorico. Questo concetto, dal nostro punto di vista, è sbagliato perché non tiene conto del fatto che si tratta di categorie che rappresentano leggi diverse del processo della conoscenza.
Per la dialettica materialista, l'unità del percettivo e il razionale è una costante in tutta la storia dell'evoluzione del pensiero che ha inizio nel momento in cui l'animale diventa uomo ed ha l'uso della parola. Le parole, come è noto, sono unità di pensiero ed esprimono l'unità tra il percettivo ed il razionale, mentre l'empirico ed il teorico suppongono un'altra fase diversa anche se unita alla precedente in modo dialettico, ovvero il loro rapporto non resta stabile e l'una con l'altra si scambiano costantemente su una base di conoscenza sempre più elevata. La conoscenza progredisce in questo modo.
È in questo processo di cambiamento, nel passaggio ascensionale dal percettivo-razionale all'empirico-teorico e viceversa, dove si possono osservare le "due fasi" e dove, inoltre, si può parlare di "salto". Nella prima fase, insieme al percettivo, esiste il razionale, anche se quest'ultimo in una posizione subordinata alla precedente; nella seconda fase esiste anche il percettivo, anche se in un grado inferiore e subordinato, a sua volta, al razionale. Il nesso tra queste due fasi è la pratica. È attraverso la pratica, nel processo di trasformazione del mondo oggettivo, che si verifica il salto da una fase all'altra del processo di conoscenza.
Tuttavia la caratteristica di questo salto non consiste nel fatto che la pratica trasformi la realtà (la pratica fa parte della teoria della conoscenza, ma non è la conoscenza), ma consente al pensiero teorico di "elevarsi" o "diventare indipendente" dal percettivo e anche, sino a un certo punto, dal razionale, per poter accedere ad una maggiore conoscenza della realtà. In ogni caso, il pensiero teorico non si separa mai totalmente dal mondo oggettivo e dalla pratica e deve tornare ad essa per confermare i suoi risultati.
Questo è il salto che Lenin ha descritto nel seguente modo: "dalla osservazione viva alla conoscenza astratta e da questa alla pratica". La conoscenza astratta è decisamente superiore e va assai oltre la semplice conoscenza razionale o empirica. Anche la pratica rivoluzionaria è assai superiore a qualunque altro tipo di pratica che non sia orientata dalla conoscenza teorica. Certamente non si tratta qui di contrapporre la teoria alla pratica, ma di segnalare le loro diverse funzioni. La pratica sarà sempre superiore alla teoria, per quanto gli idealisti si impegnino a "dimostrare" il contrario. Il percettivo e l'empirico non sono identici. Ciascuna di queste due categorie ha un ruolo differente nel processo di conoscenza e sono situate, di conseguenza, su livelli diversi.
La stessa cosa si può dire circa il razionale e il teorico. La teoria svolge un ruolo diverso ed è situata ad un livello superiore. In questo modo, dove non giunge il sapere razionale (il cosiddetto senso comune) arriva il pensiero teorico, la capacità di astrazione degli uomini (e delle donne, ci mancherebbe altro!). Lenin faceva notare che "la rappresentazione non può abbracciare il movimento nel suo insieme. Per esempio, non capta il movimento alla velocità di 300.000 chilometri al secondo, ma il pensiero lo capta e deve captarlo".  Questo è il tipo di "indipendenza" del pensiero rispetto all'immagine o la conoscenza empirica, pratica, di cui stiamo parlando.
È così che si determina la transizione o il salto dall'empirico al teorico, che dà come risultato il cambiamento qualitativo nell'immagine conoscitiva. Solo in questo modo il pensiero è in grado di captare tutte le leggi e le proprietà dei fenomeni che riflette, alcune delle quali non appaiono o non sono evidenti agli organi sensoriali, alla conoscenza empirica. Per questo si può inoltre affermare che non tutta la conoscenza proviene dalla pratica né dalla osservazione diretta. Questo concetto è in antitesi a tutta la storia del pensiero e delle leggi della logica e dei principi filosofici elaborati e sintetizzati dal marxismo.
Facciamo alcuni esempi di "pratica scientifica". "Il Capitale" di Marx non è un'opera scientifica? Sarebbe forse stata possibile la sua elaborazione senza il pensiero dialettico, attenendosi solo ai dati che forniva la conoscenza empirica? Come ha potuto Marx analizzare le categorie economiche e scoprire attraverso questa analisi la legge del plusvalore e altre leggi dello sviluppo economico e sociale?
Queste categorie e leggi erano (e sono) forse evidenti o si possono misurare e pesare? Altrettanto si può dire delle idee e dei concetti di Marx ed Engels circa lo sviluppo della lotta di classe e la costruzione del comunismo. Prima di loro esisteva una conoscenza "razionale", "empirica", superficiale, della lotta di classe e alcune idee socialiste anch'esse superficiali, utopiche, non basate sull'analisi delle leggi dello sviluppo storico, economico e sociale. Marx è stato in grado di raccogliere tutte queste idee "disperse", analizzarle ed interpretarle, dando loro un giusto senso, autenticamente scientifico, cosa che gli ha inoltre consentito prevedere il loro inevitabile sviluppo, cosa che allora, ancor più che oggi, era "imprevedibile".
Tuttavia, possiamo forse mettere in dubbio la giustezza delle sue analisi, delle sue previsioni o anticipazioni? In questo caso, come interpretare la crisi del sistema capitalista, la guerra imperialista di rapina, le rivoluzioni socialiste e le lotte di liberazione nazionale che si sono verificate durante questo secolo, lo sviluppo a livello mondiale della lotta di classe, ecc.? Dove può condurre, quale sarà il risultato finale dello sviluppo di tutte queste contraddizioni e lotte, di questo "caos", se non all'instaurazione della dittatura del proletariato e al trionfo della rivoluzione socialista e comunista in tutti i paesi?
E questo, effettivamente, anche se ancora non possiamo vederlo e nonostante che la "pratica" sembri aver "dimostrato" che Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao si sono "sbagliati", insieme a tutti i comunisti del mondo. L'empirico ed il teorico, dai tempi storici più lontani, sono inoltre uniti dallo stesso nesso della pratica sociale e svolgono distinti ruoli nel processo della conoscenza. Su questo, Marx ed Engels hanno scritto: "La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è innanzi tutto intrecciata direttamente all'attività materiale e ai rapporti materiali degli uomini, che sono il linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini si presentano anche qui come l'emanazione diretta del loro comportamento materiale".  
È opportuno ricordarlo, dato che indica che, in questa prima fase dello sviluppo, il pensiero ancora non ha raggiunto la "indipendenza" dal suo rapporto diretto con il mondo oggettivo dal quale dipende. A quello stadio, le persone non solo sono già giunte a differenziare ciò che è loro necessario da ciò che non lo è, ma inoltre lo "producono" o lo "rappresentano" nella loro coscienza. Per esempio, sanno distinguere una pianta commestibile e un animale, pianificare, sia per raccogliere le piante o per cacciare animali. È vero che anche gli animali sanno distinguere le piante commestibili e cacciano ad altri animali ma, come dice Marx, cacciano solo (o "producono") ciò di cui hanno bisogno direttamente per sè o per i loro cuccioli, "producono in modo unilaterale, mentre la produzione dell'uomo è universale […] La creazione pratica di un mondo oggettivo, l'elaborazione della natura inorganica, è opera dell'uomo come essere cosciente della propria specie".  Questa creazione ed elaborazione del mondo oggettivo è ciò che distingue l'uomo, essere razionale, dagli animali e suppone un livello di sviluppo della conoscenza assai superiore a quello puramente percettivo; presuppone anche l'elaborazione di piani per soddisfare le proprie necessità, l'esistenza di un linguaggio e di alcune norme o procedimenti per la trasmissione di dette rappresentazioni, come per esempio i simboli e i disegni.
Questa è la fase che possiamo identificare come di conoscenza empirica e di conoscenza razionale. Durante questa fase appaiono anche le prime manifestazioni del pensiero astratto, le quali hanno preso la forma di rappresentazioni fantastiche del mondo materiale e dei rapporti tra gli uomini stessi. Queste rappresentazioni fantastiche raggiunsero il loro massimo apogeo nell'epoca della transizione dalla barbarie alla civiltà.
La più alta espressione di ciò la troviamo nell'arte e nella cultura della Grecia antica, dove vediamo inoltre introdurre le prime interpretazioni materialiste-dialettiche, un po' ingenue, della natura. Ciò coincide, per quei tempi, con un enorme sviluppo della produzione, della tecnica e del commercio, con l'instaurazione della schiavitù e l'apparizione, su questa base, dello Stato. È possibile affermare che, da quel momento, il pensiero comincia a separarsi dal suo rapporto diretto con il mondo oggettivo. La formazione di una casta di intellettuali, che non partecipano al lavoro manuale, dà impulso a questo processo che culmina con l'elaborazione dei primi sistemi filosofici che giustificano e consacrano questa situazione sociale.
Questo suppone un gran salto nell'evoluzione del pensiero logico, salto indubbiamente nel vuoto dell'idealismo e della metafisica che sono serviti come "base" per tutto il pensiero teorico delle classi sfruttatrici e reazionarie che si sono andate succedendo lungo la storia, sino ai nostri giorni. Scrive Lenin:"L'idealismo filosofico, dal punto di vista del materialismo volgare, semplice, metafisico, è solo un assurdo. Al contrario, dal punto di vista del materialismo dialettico, l'idealismo filosofico è uno sviluppo (inflazione, gonfiamento) unilaterale, esasperato [...] di uno dei tratti, di uno degli aspetti, di uno dei lati della conoscenza di qualcosa di assoluto, separato dalla materia, dalla natura, divinizzato".  
La dialettica materialista e l'idealismo metafisico dei greci antichi suppongono un alto grado di sviluppo del pensiero e formano le due grandi correnti che da allora si sono scontrate nel campo della filosofia.
Tuttavia, sarà necessario attendere lo sviluppo della grande industria e le scoperte scientifiche moderne, l'apparizione del proletariato e la spinta della lotta di classe, perché il materialismo e la dialettica, recuperati e rielaborati da Marx ed Engels, potessero raggiungere la vetta più alta mai raggiunta dal pensiero. Questo lavoro di Marx ed Engels ha elevato per la prima volta la filosofia alla categoria di scienza, liberandola dal fardello "ideologico" che la zavorrava, per fare di essa un'arma invincibile per la trasformazione rivoluzionaria del mondo da parte della classe operaia. Facendo ciò, hanno favorito un autentico salto, un'autentica rivoluzione su basi ferme, materialiste, nell'evoluzione del pensiero, ossia nella capacità dell'uomo per imparare le leggi che reggono il movimento del mondo oggettivo, della società e del pensiero stesso.
Marx fa un chiaro distinguo tra la conoscenza empirica e la conoscenza teorica e indica le loro diverse funzioni nel processo della conoscenza perché, mentre il primo (la conoscenza empirica) "si limita a descrivere, catalogare, esporre e schematizzare, man mano che l'autore va scoprendole, tutte le manifestazioni esterne del processo della realtà" , il secondo (il pensiero teorico) pone al centro della propria attenzione lo stabilimento dei suoi rapporti e concatenazioni, il passaggio da alcune ad altre forme del movimento, a "ridurre i movimenti visibili e puramente apparenti a movimenti reali ed interiori".  D'altro canto, è indubbio che il pensiero corrente (razionale) e la logica formale captano le contraddizioni e stabiliscono un certo tipo di rapporti ma, come ha detto Lenin, non captano "…la transizione dall'uno all'altro, e questa è la cosa più importante".  
Mao analizza questo problema della teoria della conoscenza e giunge alle stesse conclusioni: "La conoscenza logica si distingue dalla conoscenza percettiva in quanto la conoscenza percettiva coglie gli aspetti singoli, fenomenici delle cose, i loro nessi esteriori, mentre la conoscenza logica fa un gran passo in avanti, abbraccia l'insieme, l'essenza, i nessi interni delle cose".  Ciò nonostante bisogna segnalare che, come già abbiamo detto, ciò che Mao identifica come "conoscenza percettiva" altro non è se non la conoscenza empirica, che si distingue dalla tappa "puramente" percettiva perché contiene, almeno in parte, la conoscenza razionale.
È facilmente comprensibile che l'uomo non sarebbe in grado di formulare nessun tipo di giudizio né elaborare un qualche piano se gli mancasse questa conoscenza. Scriveva J. Dietzgen: "Il nostro corpo e il nostro spirito sono legati così strettamente che il lavoro fisico è assolutamente inconcepibile senza la partecipazione del lavoro intellettuale; il lavoro manuale più semplice richiede la partecipazione della ragione".  Altra cosa è la conoscenza "logica", teorica, che effettivamente rappresenta una tappa qualitativamente diversa nel processo di sviluppo della conoscenza.
Anche se la conoscenza empirica suppone sempre una fase previa necessaria per l'ulteriore sviluppo della conoscenza, non può, tuttavia, per la sua stessa funzione "classificatrice", per i propri limiti che le impone la tappa della conoscenza che rappresenta, captare altro che gli aspetti esteriori, superficiali, o le apparenze delle cose e dei fenomeni, non "la loro essenza", ossia i suoi aspetti contraddittori interni, il suo automovimento e i suoi rapporti o nessi con le altre cose. Per far ciò, è necessaria la conoscenza logica dialettica. Tuttavia, questa conoscenza non deriva in modo automatico dal precedente, poiché si muovono, per così dire, su livelli diversi e obbediscono a leggi diverse della conoscenza.
Le prime sono il risultato dell'esperienza pratica spontanea, mentre le seconde sono il risultato del pensiero logico o teorico. Il semplice lavoro di osservazione, enumerazione, separazione e classificazione non è un lavoro scientifico propriamente detto e può entrare in contraddizione con il pensiero logico dialettico a partire dal confronto superficiale di alcuni risultati "pratici", empirici. La dialettica, inoltre, non solo stabilisce le differenze quantitative e qualitative tra le cose ed i fenomeni del mondo oggettivo, ma anche in modo particolare ciò che è comune a tutti essi in un sistema o concezione unica e, come già abbiamo visto, la "transizione dall'uno all'altro" come "il più importante".
Questo è ciò che noi intendiamo come pensiero teorico, il cui contenuto differisce essenzialmente dalla conoscenza razionale-empirica. Non è necessario insistere sul fatto che ambedue le forme di conoscenza sono connesse tra loro e si vincolano nella pratica, così come le due sono connesse con la conoscenza sensibile dalla quale l'uomo non potrà mai prescindere in quanto base di ogni sua conoscenza. Ciò nonostante, e come abbiamo segnalato in precedenza, ciascuna di queste forme o "fasi" della conoscenza ha un ruolo diverso, anche se connesso, privilegiando sempre una o l'altra di esse, a seconda della natura dei problemi che ci si pongono e la conoscenza che di essi possediamo.
Così, per esempio, si dovranno sempre "aguzzare i cinque sensi" per scoprire la causa o la contraddizione principale che è all'origine di ogni problema nuovo o a noi sconosciuto; anche quando lottiamo contro un malanno o contro un nemico del quale non sappiamo quasi nulla, né dove e come ci "attaccherà" (cosa che fa aumentare la nostra ansietà e la nostra insicurezza) dobbiamo aguzzare i sensi; di fronte ad ogni battaglia, come raccomanda Mao, dobbiamo studiare le novantanove su cento possibilità di essere sconfitti e prepararci a ciò e, contemporaneamente, fare tutto il possibile per trionfare; anche per altri tipi di problemi, sui quali ci manca una conoscenza profonda, dovremo elaborare dati e relazioni, consultare le masse e gli esperti del settore; fare un lavoro sul "campo", empirico, con l'obiettivo di poter studiare a fondo il problema, analizzarlo da tutti i punti di vista e risolverlo in modo giusto. Tutto questo può essere fatto solo se ci facciamo guidare dalle idee e dal metodo marxista-leninista; ovvero non dovremo cominciare da zero, almeno per tutta una serie di questioni fondamentali, cosa che indubbiamente ci eviterà molti errori, sforzi e rompicapo non necessari.
È proprio in questo modo che potremo evitare l'unilateralità, il soggettivismo, la precipitazione, la presunzione e altre deviazioni più o meno "praticiste" o "teoriciste" al momento di iniziare un lavoro o di elaborare una "analisi concreta".
Quanto al resto, "l'analisi concreta di una situazione concreta" non è, come generalmente si afferma, ciò che si porta a termine a partire da un fatto o da un'esperienza pratica concreta isolata, dato che una tale esperienza, anche quella scelta meglio, può insegnarci o dimostrare molte cose e può anche non dire né dimostrare nulla (in generale, le "esperienze" e i "fatti" isolati dimostrano ciò che interessa alla borghesia). Noi abbiamo un concetto assai diverso del "concreto" e della "analisi", per cui non possiamo prendere queste bagattelle come se fossero oro colato.
Secondo Marx, il concreto è "l'unità della diversità", del molteplice; questo significa che si può accedere a una conoscenza reale e profonda (non superficiale o esterna) di una situazione o un problema solo se ci collochiamo dal punto di vista e dalla posizione marxista-leninista che ci permette prendere in considerazione tutti i dati che fanno parte di un problema o di una situazione concreta.
E questo, come si può intuire, è qualcosa che può essere realizzato solo da un'organizzazione o da un partito che si avvalga della teoria di avanguardia e attui un lavoro politico tra le masse.

Il passaggio dalla conoscenza astratta alla conoscenza concreta

La conoscenza astratta non è l'ultima tappa del processo di conoscenza. Esiste un'ulteriore tappa assai più importante: quella che parte dalla conoscenza astratta e giunge alla pratica rivoluzionaria e a una conoscenza concreta. Solo la pratica rivoluzionaria cosciente, ossia né riformista né spontaneista, può fornire una conoscenza che non si fermi di fronte alle leggi generali o alle "verità universali" e che ci consenta di conoscere a fondo le particolarità della rivoluzione nel nostro paese per influire su esse.
È in questa tappa che maturano le idee, si profilano in modo migliore i concetti e si elaborano piani concreti di lavoro, viene "rappresentata" - per usare un altro termine - la realtà che vogliamo e abbiamo bisogno di trasformare in base alle conoscenze già acquisite sulla stessa. Questa è la funzione del programma e della linea politica del partito il quale non solo tiene conto della realtà attuale, delle sue contraddizioni, ecc., ma che inoltre prevede il loro inevitabile sviluppo e formula, su questa base, ciò che dovrà emergere, necessariamente, da questo sviluppo: il "passaggio" da una forma economico-sociale ad altra qualitativamente diversa.
Questa facoltà del pensiero, la sua capacità di riflettere in modo più o meno fedele il mondo oggettivo e di "superarlo" analizzando il suo sviluppo logico, la sua dinamica, è ciò che fa di esso un fattore attivo e non meramente passivo, che consente all'uomo di influire sul mondo e trasformarlo, nel mentre in cui egli stesso si trasforma. È in questo modo che la conoscenza acquisita attraverso la pratica torna di nuovo ad essa con un contenuto più ricco e più profondo, per cui si può dire che così il ciclo si completa: dal concreto (dalla osservazioneviva) all'astratto e da qui alla pratica, al concreto, con la differenza che adesso si tratta di una nuova conoscenza concreta. Ovvero, siamo saliti di un gradino nel processo infinito della conoscenza.  Questo è il processo logico, dialettico, di sviluppo che fa seguito alla conoscenza, come dimostra la storia della filosofia e tutto il processo economico e sociale che ha seguito, sino ai giorni nostri, l'umanità.
La conoscenza dialettica, la cui essenza è "lo sviluppo di tutto l'insieme di elementi della realtà", non si limita all'elaborazione di astrazioni ma continua a procedere lungo la strada dell'avanzamento dall'astratto al concreto, dalla rappresentazione nel pensiero del concreto come "unità della multiformità". In un certo senso, tra la conoscenza astratta e la conoscenza concreta esiste una contraddizione. Il pensiero astratto suppone un "tirarsi indietro", un "regredire" del pensiero rispetto alla conoscenza empirica completa, giacché sembra allontanarsi dalla sua base reale per dedicarsi alla "speculazione". Alcuni autori borghesi, non hanno forse attaccato l'opera di Marx, "Il Capitale", come "pura speculazione", "nuova metafisica"? Tuttavia, questo allontanamento risulta necessario per l'analisi di alcune leggi, tratti e categorie di carattere universale che sono essenziali e senza la conoscenza dei quali non si può conoscere la realtà concreta in tutta la sua complessità e nel suo sviluppo. D'altro canto, bisogna segnalare che la conoscenza astratta non può offrire altro che le leggi generali, universali, dello sviluppo e che il suo ruolo nel processo della conoscenza si evidenzia proprio perché suppone una tappa di transizione verso la conoscenza concreta. Lenin spiega che "il significato dell'universale è contraddittorio: è inerte, impuro, incompleto, ecc., ecc., ma è unicamente una tappa verso la conoscenza concreta perché non potremo mai conoscere completamente il concreto".
Così come la conoscenza empirica suppone una tappa necessaria, precedente alla tappa della conoscenza astratta, questa, a sua volta, risulta imprescindibile per accedere alla conoscenza concreta, ossia per sviluppare una pratica di trasformazione sociale veramente rivoluzionaria. Giunti a questo punto, la questione della teoria della conoscenza può essere posta nel seguente modo: dall'apparenza all'essenza e dall'essenza alla pratica con cui, contemporaneamente, si amplia e si approfondisce la conoscenza, si fa più viva, più chiara, poliedrica o multiforme; in altri termini, più concreta. È questo ciò cui si riferisce Lenin quando scrive: "La pratica è superiore alla conoscenza (teorica) perché possiede non solo il pregio dell'universalità, ma anche quello della immediata realtà".  La vera pratica rivoluzionaria, non l'empirismo o il praticismo, si distingue proprio perché riassume in sé queste due caratteristiche rilevanti: stabilisce il vincolo che esiste tra l'universale e la "realtà immediata". In altri termini, come giustamente dice Stalin, "la teoria diventa priva di oggetto"[...] "esattamente allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non si illumina la strada con la teoria rivoluzionaria".  
La verità è sempre concreta e indica il contenuto oggettivo del pensiero. Non esiste nessuna verità che non possieda questa caratteristica. Scrive Lenin: "Il principio fondamentale della dialettica è che non esiste una verità astratta, che tutte le verità sono concrete".  Non esistono, per esempio, "i cavalli", questa è un'astrazione; concretamente esiste un cavallo o un altro, con questa o quella caratteristica; "i cavalli" designa tutti i cavalli senza riferirsi a nessuno. Nel particolare è contenuto l'universale, "l'individuale è l'universale" (Lenin).
Solo quando prendiamo in considerazione un cavallo concreto possiamo conoscerlo e farci, contemporaneamente, un'idea approssimativa degli altri cavalli, di ciò che è comune a tutti essi, dell'universale, ma non potremo mai sapere nulla dei "cavalli" in quanto "entità" astratta semplicemente perché non esiste. La stessa cosa può essere detta di altre astrazioni come, ad esempio, quella che definisce la "materia": di quale materia si tratta, di quella organica o di quella inorganica?
E, all'interno di ciascuna di queste due forme di esistenza della materia, qual è, nella sua infinità varietà, la struttura di ciascuna di esse, la sua organizzazione interna, il suo movimento, il suo passaggio da una forma all'altra, ecc.? Qualcosa di simile accade con altre astrazioni, come la categoria economica del "valore", del "lavoro cristallizzato", che Marx ha ripreso dagli economisti classici, grazie alla quale è stato in grado di scoprire, in base all'analisi logico-storica della produzione e dello scambio di merci, il rapporto sociale che nasconde il "feticismo" del denaro e la sua conversione in capitale. Un altro esempio che si può porre è quello che si riferisce al concetto astratto di "lotta di classe". In generale, quando si parla di lotta di classe si sottintende che si tratta della lotta tra sfruttati e sfruttatori e tra oppressi ed oppressori.
Ma con ciò identifichiamo solo la legge generale che agisce come forza motrice di tutto lo sviluppo storico della società. Identificare questa legge è importante, ma non è sufficiente e non è neppure la cosa principale. Innanzi tutto bisogna definire con esattezza di quali classi stiamo parlando, di quale epoca storica, di quale paese, dato che da tutto questo dipende il risultato di questa lotta, cui dobbiamo servire. Quali sono le due principali classi che si scontrano? Qual è la principale, concreta, forma che adotta questa lotta in un'epoca e in un paese concreto? Si sta parlando della lotta economica, della lotta politica, della lotta ideologica?
Di solo una di queste forme, per esempio della lotta economica, riformista, o di una combinazione di tutte esse, ossia della lotta di classe sviluppata secondo i principi rivoluzionari? La verità è la sintesi, la conoscenza delle diverse definizioni, rapporti e condizioni di esistenza (tempo e luogo) degli oggetti e dei fenomeni; è la scoperta della sua natura specifica, della sua essenza. Anche in questo caso bisogna prendere in considerazione il duplice aspetto che presenta la nozione di concreto: il concreto percettivo e il concreto di pensiero. Bene, ancora una volta dobbiamo mettere in evidenza che il "carattere concreto" della verità corrisponde al pensiero, non al "concreto percettivo".
Come afferma Tchang En-Tsé, docente universitario dell'Università di Pechino negli anni della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, "il materialismo dialettico non nega il carattere concreto della verità percettiva, ma essa non rappresenta altro che la conoscenza esteriore delle singole cose e attraverso essa non è possibile dominare la sua natura e le sue definizioni interne. Il concreto percettivo, che è il riflesso di fenomeni singoli, è sempre superficiale e unilaterale, qualunque sia la sua prossimità alle cose percepite [...] Per questo non si può raggiungere la verità concreta attraverso la percezione, dato che essa si verifica solo nel pensiero. Di più: all'inizio del processo del pensiero essa non appare, ma ne è il suo risultato".  
Il marxismo-leninismo offre numerosi esempi di analisi concreta, frutto dello studio e della partecipazione diretta alla lotta di classe. Come è noto, "Il Capitale" di Marx si distingue come l'opera più importante, dove viene offerto un compendio di conoscenze, tanto teorico, astratto, quanto concreto della storia e, in particolare, della società capitalista, a partire del quale Marx scopre le leggi della sua origine, del suo sviluppo, della sua scomparsa o transizione verso un sistema nuovo. Logicamente, né Marx né Engels hanno potuto prendere in considerazione l'ultima fase dello sviluppo del capitalismo, anche se le loro analisi del processo di accumulazione e di centralizzazione del capitale preludevano già chiaramente all'apparizione del monopolio e del capitalismo finanziario.
Lenin, basandosi sull'economia e sulle idee di Marx, ne ha apportate altre nuove ed ha effettuato questa analisi concreta dell'imperialismo. Da parte sua, anche Mao ha effettuato un'analisi concreta, relativa alle condizioni della rivoluzione nei paesi semifeudali e semicoloniali. In tutti questi casi, tanto Marx quanto Lenin e Mao, sono andati avanti metodicamente, analizzando tutti i dati ed i fattori economici, sociali e politici, così come l'esperienza accumulata dalla lotta di classe, dal punto di vista e secondo il metodo della scienza e della posizione del proletariato in quanto classe rivoluzionaria.
Tra le numerose opere che si possono citare, a parte il già menzionato "Il Capitale" e "L'imperialismo fase suprema del capitalismo" di Lenin, come esempi o "modelli" di analisi viva, concreta, della realtà sociale in epoche e paesi determinati, troviamo "Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte" di Marx, "Che fare?" e "Stato e rivoluzione" di Lenin, e "Sulla guerra di lunga durata" di Mao. Vanno inoltre citati altri lavori di marxisti-leninisti come Mariátegui e Dimitrov. In tutti essi possiamo trovare una fonte inestimabile di conoscenze teoriche e pratiche. Con queste opere, tuttavia, non si esaurisce la possibilità di conoscenza né di nuove analisi, che dovrà essere ancora una volta il risultato della pratica rivoluzionaria presente e futura, così come della sua generalizzazione teorica. Su questo argomento restano da aggiungere alcune cose.

L'aspetto assoluto e l'aspetto relativo del criterio della pratica

Questa concezione "praticista", che limita la portata della conoscenza al sapere che possono fornire le masse o le esperienze del lavoro immediato, somiglia alla concezione del pragmatismo imperialista, secondo il quale è "verità" tutto ciò che risulta "utile" o che produce guadagni sostanziosi. D'altro canto, è anche noto che la portata dell'idealismo metafisico e di qualsiasi tipo di soperchieria religiosa e "scientista" è sempre stata, in gran parte conseguenza di questa tendenza "razionalista" e del materialismo grossolano, meccanicista, di attenersi solo alla "realtà", alla "esperienza", a ciò che si vede, si palpa, ecc., così come al suo rifiuto o incapacità di riconoscere il ruolo attivo e creatore della teoria quando questa è fedele riflesso della realtà e le masse la fanno loro. È comunque – scrive Mao Tse-tung – la pratica che deve provare la verità della conoscenza o di una teoria, dato che essa è l'unico criterio della verità. "…Per valutare la verità di una conoscenza o di una teoria, l'uomo non si deve basare sui propri sentimenti soggettivi, ma sui risultati oggettivi della pratica sociale".  
I "sentimenti soggettivi" sono quelli che prescindono dalla realtà oggettiva, questo è ciò che fanno gli idealisti e i soggettivisti; per questo possono dire quello che vogliono, dato che, inoltre, non si sentono obbligati a sottoporre le proprie idee e le proprie valutazioni al criterio della pratica sociale.
Tuttavia, la conoscenza cui tiene accesso l'uomo in ogni epoca è sempre relativa. Non raggiungeremo mai una conoscenza assoluta, esatta e completa del mondo oggettivo, perché questo cambia e si sviluppa costantemente. Dalla somma di tutte le verità relative nasce la conoscenza assoluta. È necessario identificare tanto la conoscenza assoluta quanto la relativa, concependole come un processo.
La conoscenza ha una storia e dovrà, necessariamente, avere uno sviluppo. Anche la pratica legata alla conoscenza ha queste caratteristiche. Per questo motivo Lenin avverte: "Indubbiamente è necessario non dimenticare che il criterio della pratica non può mai, in fondo, confermare o confutare completamente un'idea umana, qualunque essa sia. Questo criterio è inoltre abbastanza 'vago' per non permettere alle conoscenze dell'uomo di diventare 'assolute', ma è abbastanza determinato per permettere una lotta implacabile contro tutte le varietà dell'idealismo e dell'agnosticismo".  
Quando si tratta della pratica come criterio della verità bisogna tenere in considerazione questa osservazione di Lenin che stabilisce con estrema chiarezza il suo aspetto doppio: l'aspetto relativo e l'aspetto assoluto. In caso contrario possiamo cadere nell'assurdo di considerare la pratica, qualunque essa sia, come la "verità" stessa, quando in realtà non è altro che un'attività legata alla conoscenza, è -come già abbiamo detto anteriormente- "il nesso" che unisce la conoscenza soggettiva al mondo oggettivo, indipendentemente dal fatto che sia o meno correttamente riflessa in essa.
È opportuno dire che la pratica, come criterio della verità, è "neutrale". Da qui il fatto che sia in grado di svolgere detto ruolo. Inoltre, come già abbiamo visto, la "ambiguità" di questo criterio fa sì che la pratica si dimostri incapace di dimostrare alcune verità indiscutibili, e questo tanto nel campo delle scienze naturali quanto in quello delle scienze sociali. A questo proposito Tchang En-Tsé, attenendosi alla tesi di Lenin che abbiamo esposto, chiarisce: "Il carattere relativo del criterio della pratica significa che la pratica, considerata nelle tappe del suo sviluppo, presenta in ciascuna tappa determinati limiti. A causa di questi limiti essa non può provare o confutare le differenti concezioni e le diverse teorie in modo incondizionato e assolutamente completo [...] È molto importante riconoscere il carattere relativo del criterio della pratica. Da un lato, questo può impedire l'ipotesi nell'assoluto della conoscenza umana - ossia trasformare una verità essenzialmente relativa in verità assoluta -; d'altro canto, questo può prevenire quella posizione che consiste nel negare semplicemente le verità che la pratica attuale non può provare, ma che certamente potrà provare la pratica futura".  Questo, come segnala lo stesso autore basandosi su un'idea di Mao, è particolarmente vero nella pratica della lotta di classe. Il successo della rivoluzione non dipende solo dall'esattezza della teoria o della politica che viene applicata, ma è anche determinato dal rapporto di forza tra le classi sul campo. Se le forze rivoluzionarie di classe sono temporaneamente deboli, la rivoluzione può certamente subire fallimenti.
Ma questi fallimenti temporanei – conclude Tchang En-Tsé – non possono provare che la teoria e la politica rivoluzionarie siano sbagliate: "Le verità comprovate nella pratica contengono il loro aspetto relativo, però esse contengono anche una parte inconfutabile dell'assoluto. Quella considerata nei limiti relativi alle tappe del suo sviluppo non può confutare o provare tutte le teorie; ma il suo stesso sviluppo può effettivamente confutare o provare tutte le teorie". Tale è la concezione materialista dialettica della pratica.
Nella fisica moderna, per esempio, è stato stabilito il cosiddetto "principio di indeterminazione" che i positivisti (idealisti dell'ultima ora) utilizzano per "provare" ancora una volta la "scomparsa" o "inesistenza" della stessa materia che si studia. Per far ciò si basano sul fatto che, per ora (ignoro quale sia lo stato attuale dell'indagine), gli strumenti di cui dispone l'uomo non gli consentono "determinare" empiricamente, con esattezza, la posizione e alcune altre qualità relative alle particelle recentemente scoperte.
Qualcosa di simile accade con riferimento alla costruzione del comunismo. La momentanea sconfitta del socialismo ha dato luogo alla diffusione di qualsiasi tipo di idea che mette in dubbio il suo fondamento scientifico nel marxismo-leninismo. Da qui deducono che il socialismo "non esiste" più, che "è morto". Ma non affermava forse la stessa cosa la reazione borghese al momento della sconfitta della Comune di Parigi, nel 1871?
E quella prima esperienza di rivoluzione proletaria, nonostante la sua sconfitta, non è stata forse una conferma delle teorie di Marx, che gli ha inoltre consentito di acquisire una nuova conoscenza delle leggi che reggono la lotta di classe e che conducono alla instaurazione della dittatura rivoluzionaria del proletariato? Tutto ciò, com'è noto, non è stata "la fine" o la "morte del comunismo", ma l'inizio della sua realizzazione pratica; un inizio, come tutti gli esordi "imperfetti" e pieno di errori a causa della natura stessa del processo appena iniziato, ma storicamente necessario ed inevitabile e grazie al quale il marxismo ha potuto trarre nuovi insegnamenti che gli sono serviti per affermarsi ed estendersi in tutto il mondo come nuova dottrina scientifica per l'emancipazione della classe operaia. Non è casuale che da allora la reazione e l'imperialismo abbiano centrato tutti loro sforzi per attaccarlo, cosa che dimostra, tra l'altro, che questo "morto" che tante volte essi hanno ucciso "gode di ottima salute".




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