Login

LEGALIZZARE IL SALARIO MINIMO

Il ministro del lavoro, Andrea Orlando, presenterà alle parti sociali le proposte del governo per il contrasto alla povertà lavorativa. La soluzione proposta – quella che il ministro con enfasi definisce «la via italiana al salario minimo» – prevede che la paga venga fissata non per legge ma attraverso la contrattazione collettiva, applicando ad ogni categoria il trattamento economico complessivo del contratto maggiormente rappresentativo nel settore. Questa proposta – vero punto di scontro tra M5S e governo – è un passo avanti nella tutela dei lavoratori ma troppo timoroso perché non garantisce appieno tutti i lavoratori e non contempla il salario minimo legale, quello che il disegno di legge  presentato, invece, dal M5S fissa a 9 euro lordi l’ora per tutti i lavoratori. La differenza è sostanziale perché se la paga minima prevista dal contratto maggiormente rappresentativo non è dignitosa, quello che estendi a tutti i lavoratori è un salario non dignitoso. Rende bene l’idea una battuta del  giuslavorista Piergiovanni Alleva, che ha lavorato in prima persona al testo del disegno di legge sul salario minimo del M5S, allorquando afferma che la proposta governativa va bene sul fronte della lotta ai contratti ‘pirata’ ma va  male su quello dei contratti ‘corsari’. Esistono, infatti, ancora contratti firmati da sigle sindacali rappresentative in quanto aderenti a Cgil, Cisl e Uil ma che prevedono salari (‘corsari’) molto bassi, in linea con quelli degli stessi contratti che sono sotto la soglia di povertà (‘pirata’). Quello che il ministro Orlando va proponendo ormai da mesi è che a fissare il salario minimo sia la contrattazione collettiva, settore per settore, la proposta del M5S è quella di dare valore legale ai contratti nazionali più rappresentativi perché diventino l’asticella sotto la quale non si può scendere. Stabilendo il primato della rappresentatività si mettono fuori gioco tutti i contratti siglati da associazioni disoneste, spesso anche con la connivenza di datori di lavoro, quelli che i giuslavorista chiamano contratti ‘pirata’ e ancora, con l’estensione a tutti i lavoratori dei minimi salariali previsti dai contratti maggiormente rappresentativi si fissa un valore che diventa uno strumento nelle mani di chi, fino ad oggi, per rivendicare un salario dignitoso doveva affidarsi a un giudice e appellarsi all’articolo 36 della Costituzione. Basterà, invece, che l’Ispettorato nazionale del lavoro faccia una diffida accertativa per imporre l’immediata applicazione del contratto più rappresentativo nel settore e dei relativi minimi, costringendo semmai ad andare in tribunale il datore di lavoro per opporsi al provvedimento.  Il salario minimo legale è una soluzione che ha una portata rivoluzionaria che al lavoratore offrirebbe, finalmente, una soluzione amministrativa, più efficace e immediata. Ma la strada intrapresa per definire una volta e per tutte il salario minimo per un lavoro degno presenta ancora problemi con riferimento a quei contratti che in ambito giuslavorista vengono definiti ‘corsari’.  A partire dalla scelta governativa di non affiancare all’estensione della contrattazione più rappresentativa del salario minimo legale, una cosiddetta “soglia della dignità” per tutelare anche i lavoratori coperti dai tanti contratti ‘corsari’ che sono rappresentativi perché sottoscritti da sigle aderenti a Cgil, Cisl o Uil, ma che contemplano retribuzioni basse, anche sotto i 5 euro netti l’ora. Nel ddl presentato dal pentastellato Catalfo la soglia della dignità viene fissata a 9 euro lordi l’ora per tutelare i lavoratori anche dove la contrattazione collettiva, seppur rappresentativa, è “pigra” perché ci si accontenta, oppure addirittura “disperata” perché si è costretti ad accettare.  Oltre che da un punto di vista politico, la contrattazione ‘corsara’ è più insidiosa anche nel ricorso per via giudiziaria: se a stabilire una retribuzione da fame è un contratto ‘pirata’ è relativamente facile ottenere che il giudice applichi l’art. 36 della Costituzione e adegui i minimi salariali a quelli dei contratti stipulati dai sindacati rappresentativi; se si tratta di contratto ‘corsaro’ (dove è lo stesso sindacato più rappresentativo a fissare tabelle salariali insufficienti) l’operazione di adeguamento giudiziario dei minimi salariali è assai meno lineare. Da ultimo, ma non per ultimo, nemmeno la recente Direttiva comunitaria aiuta a dirimere la questione perché obbliga gli Stati membri a stabilire un salario minimo per legge solo nel caso in cui la percentuale di lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva sia sotto una certa soglia. Ma questo non è il caso dell’Italia, dove il grado di copertura è alto, al punto tale che il governo potrebbe anche non attuare la Direttiva o addirittura farlo senza che nulla cambi nella sostanza. Ma il problema centrale intorno al quale gira il progetto di legge riguarda la contrattazione collettiva: è in grado di proteggere i salari più bassi? Lo stato dei fatti fornisce una  risposta negativa.  Negli ultimi 30 anni, infatti, i salari italiani sono gli unici tra quelli dei paesi OCSE ad aver perso potere d’acquisto. Fissando il tetto a 9 euro lordi si darebbe ai lavoratori una vittoria che i sindacati non sono riusciti a conquistare contrattando con i governi che si sono alternati in questi anni oppure che non hanno voluto rompere la concertazione. Se passa il progetto di legge governativo – che non dà valore legale al salario minimo –  si perde un’occasione importante e decisiva per  intervenire definitivamente là dove non può incidere la contrattazione collettiva, come nel terziario non avanzato, nel turismo, in tanta parte dei servizi o nella logistica, laddove l’ultima difesa resta il solito art. 36 della Costituzione. La piaga indegna del nostro Paese è costituita dal “sottosalario” che non si concretizza solo applicando contratti ‘pirata’ ma soprattutto costringendo il lavoratore al falso part-time: viene applicato un contratto collettivo decoroso e poi in busta paga si certificano 24 ore di lavoro settimanale a fronte di 40 ore realmente occupate. Lo sforzo a cui il governo Draghi è impegnativamente chiamato è duplice: allargare la contrattazione collettiva integrandola anche con i 9 euro di salario minimo e attuare misure forti di contrasto al lavoro sporco delle false buste paga e al lavoro nero, perché solo in questo modo è possibile contrastare decisamente la povertà lavorativa nel nostro Paese.




Template per Joomla!®: Themza - Design: Il gatto ha nuove code