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INFLAZIONE ALTA? AGGREDIRLA AUMENTANDO I SALARI

A metà maggio 2022 l’inflazione ha raggiunto il 7% e un probabile incremento nei prossimi mesi andrà a erodere ulteriormente il reale potere d’acquisto dei cittadini. L’economia italiana si sta avviando a una fase di grande difficoltà rispetto alla quale ogni previsione di tipo quantitativo rischia di essere una serie di parole al vento. Sono diversi gli elementi che fanno presagire un rapido peggioramento del quadro, in generale e specificamente in Italia. Il nostro Paese, infatti, è caratterizzato da un sistema di trasformazione in larghissima parte dominato dalla piccola impresa; le centinaia di migliaia di microimprese italiane dovranno fare sempre più i conti con un forte aumento dei prezzi di energia, materie prime e semilavorati che difficilmente riusciranno ad assorbire. Le catene di approvvigionamento sono paralizzate dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina e da una serie di strozzature nei servizi logistici che, insieme alla natura speculativa dell’inflazione, stanno rendendo i costi d’impresa non più sostenibili per realtà a bassa capitalizzazione e con difficile acceso al credito bancario. L’inflazione, che continuerà a correre, sta erodendo il mercato interno, bruciando consumi e potere d’acquisto con effetti di impoverimento di fette crescenti della popolazione. Gli economisti sono concordi nel ricordare che circa cinque punti dell’attuale inflazione (vicina al 7%) dipendono da fattori che non sono contemplati nell’indicizzazione dei salari e questo significa che i salari, già molto bassi e in decremento negli ultimi trent'anni rispetto agli atri paesi europei, diventeranno ancora più poveri in termini reali. Nel frattempo, gli ammortizzatori sociali messi in campo e il ricorso alla cassa integrazione – strumenti assolutamente  costosi in termini di spesa pubblica – risultano del tutto insufficienti e la creazione di nuovi posti di lavoro manifesta una sostanziale tendenza alla ristrutturazione dell’occupazione operata dalle imprese con oltre la metà dei nuovi occupati con un contratto a termine; tutto egoisticamente finalizzato a massimizzare il profitto nelle condizioni date. La stessa inflazione sta pericolosamente convincendo la Banca Centrale Europea (BCE) a ridurre le politiche monetarie espansive con la conseguente impossibilità di ricorrere al debito per finanziare la spesa pubblica e con le prime fondanti ipotesi di rialzo, dopo più di un decennio, dei tassi di interesse. Nel caso delle ultime leggi di bilancio varate,  circa la metà delle coperture di spesa dipendono dal debito garantito dalla BCE. Un’altra delle condizioni dell’indebitamento, rappresentata dall’euro forte, sta venendo meno per effetto della guerra e delle sanzioni, peggioramento confermato dall’indicatore di spread che si stanno riavvicinando a 240 punti rispetto ai titoli tedeschi. L’alto costo delle materie prime e dell’energia mette in crisi vasti settori della siderurgia e della meccanica, mentre l’embargo di alcune importazioni dalla Russia, come il legno, può mettere in ginocchio il comparto dell’arredamento. Con riferimento, poi, al settore agricolo sono evidenti ed impattanti le difficoltà dovute all’esplosione dei prezzi di grano tenero e fertilizzanti. In questo contesto appare a tutti gli esperti come sia difficile fare previsioni, ma il problema per l'Italia è tremendamente serio: in un’economia incapace di reggere l’incertezza dovrebbe indurre tutti a uscire dalla convinzione  che basti realizzare in tempi brevi – come sta sollecitando il capo del governo rivolto ai suoi ministri – gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Bisognerebbe, piuttosto, innestare una misura economica d’urgenza, in assenza della volontà – ma anche delle oggettive contingenze mondiali – di intraprendere la strada di una nuova politica economica. Tre cose sarebbero necessarie subito: 

1. un tetto europeo ai prezzi dell’energia

2. una definanziarizzazione immediata almeno del settore dei beni agricoli

3. la destinazione quantomeno del nuovo debito contenuto nel Pnrr al sostegno al potere d’acquisto dei cittadini europei. 

Senza queste precondizioni, i prossimi mesi saranno molto duri soprattutto se prevalesse la logica di evitare gli aumenti salariali, vista e considerata la tenace ed insulsa opposizione della Confindustria e della forze politiche fiancheggiatrici della Destra di governo e di opposizione all’introduzione per legge del salario minimo se non addirittura del meccanismo della scala mobile.  Se l’inflazione cresce solo per l’aumento dei prezzi di energia e materie prime, non ci sarà alcun effetto sul Pil nominale (relativo alla produzione di beni e servizi misurata in prezzi correnti)  e sulla sostenibilità del debito. La crescita del Pil, composto da valori che vengono aggiornati con l’inflazione, potrà essere inflazionata e sospinta, quindi, da un aumento del salario indicizzato per favorire il riequilibrio degli indici di debito (Debito/Pil) che tenderanno a scendere e a  far salire il Pil nominale che potrà rendere il rapporto Debito/Pil più sostenibile. Bloccare le retribuzioni in piena inflazione comporta un impoverimento diffuso difficile da accettare e da giustificare politicamente. Altro fattore di tensione è dato dalla forzata propensione al risparmio degli italiani in questa fase di forti tensioni dovuti alla crisi militare e politica e alla conseguente crisi economica. Secondo l’ultimo report dell’Abi, la raccolta diretta delle banche italiane, composta da depositi e obbligazioni delle famiglie, ha superato ad aprile di quest’anno i 2mila miliardi di euro mentre – come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali – il risparmio gestito, quello immesso in fondi di investimento e strumenti collegati, ha raggiunto i 1.300 miliardi di euro. Complessivamente, pertanto, il risparmio degli italiani ha una capacità superiore ai 3,3mila miliardi di euro: il 22% in più del debito pubblico e 1,85 volte il Prodotto interno lordo, ben oltre i 270 miliardi di euro del tanto atteso Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Questo denaro oggi potrebbe rivelarsi prezioso per sostenere un deciso cambio di passo nelle politiche di sviluppo del nostro Paese, che necessita investimenti tanto immateriali – istruzione, ricerca, qualità del tessuto sociale e delle istituzioni pubbliche – quanto tangibili, per recuperare il gap infrastrutturale verso gli altri Paesi europei (strade, ferrovie, aeroporti, etc.), la funzionalità degli apparati energetici e logistici, una digitalizzazione estesa ed effettiva. L'Italia ha tremendamente bisogno di rilanciare il proprio sviluppo produttivo. Bisogna, pertanto, tenere presente che lo sviluppo produttivo dipende dalla domanda che a sua volta dipende dal reddito, che è uguale alla produzione, in economia si chiama effetto moltiplicatore: l'incremento della domanda fa aumentare la produzione; l'aumento della produzione porta a un aumento del reddito dello stesso ammontare, dato che domanda e produzione sono identicamente uguali in quanto assumono lo stesso valore per qualsiasi numero assuma la variabile; la crescita del reddito aumenta ulteriormente il consumo che a sua volta genera un aumento della domanda e così via.  Se persiste, però, un clima di forte incertezza c'è il rischio di compromettere l’efficacia degli eventuali stimoli alla domanda e quindi comprimere ulteriormente il Pil, le cui variabili principali  sono, appunto, i consumi in quanto parte più importante degli impieghi e gli investimenti perché rappresentano il potenziale produttivo del Paese. Tutto questo in uno scenario di guerra e di sanzioni dagli effetti imprevedibili e incalcolabili.

 

 

 




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