Login

PER UNA NUOVA POLITICA ECONOMICA IN ITALIA

Alcuni economisti borghesi sostengono che gli aumenti salariali determinano inflazione, la quale a sua volta comporta minore competitività con l’estero. Secondo altri economisti l’inflazione è riconducibile a vari fattori di natura interna alle singole economie ma è anche determinata da trend globali, laddove un tasso d’inflazione vicino ma non superiore al 2% viene oggi addirittura auspicato dalla BCE e dalle banche centrali ed è ritenuto positivo perché indica buona salute per l'economia. In questi giorni la Commissione Europea sta valutando anche la possibilità di aumentare, parificandolo tra i vari Parsi della zona euro, il salario minimo. Infatti una moderata inflazione è il sintomo che i consumi del Paese sono in rafforzamento e stanno alimentando la crescita, che i salari sono in aumento grazie a un mercato del lavoro solido, che la produzione risente di aumenti dei costi che riflettono un’economia in buona salute. Un’inflazione eccessiva, superiore al 2%, ma soprattutto un’inflazione negativa, ovvero deflazione, sono al contrario molto dannose per l’economia perché generano incertezza, sfiducia degli operatori, situazioni che possono determinare comportamenti non ottimali per il contesto economico. Se un’inflazione eccessiva può determinare, per esempio, un clima di sfiducia, generare un rialzo dei tassi di interesse e frenare gli investimenti o i consumi, un contesto di deflazione è ancora peggio perché porta all’immobilismo e induce imprenditori e consumatori a pensare che rinviare a un domani acquisti ed investimenti sia meglio che farlo oggi, dal momento che i prezzi e i costi scenderanno. E questo immobilismo genera un calo della crescita, conducendo quasi inevitabilmente alla recessione. Un’inflazione vicino al 2% è, inoltre, favorevole per i paesi con elevati stock di debito - e quindi per l’Italia - mentre la deflazione è molto negativa per lo stesso motivo in quanto lo stock di debito pubblico accumulato, e da finanziare con nuove emissioni di titoli obbligazionari, è solitamente a prezzi costanti e resta quindi invariato nel tempo mentre il calo del Pil avviene a prezzi correnti, in quanto composto da valori che vengono aggiornati con l’inflazione. Ed oggi, il macigno che gli italiani trovano sulla loro strada è quello, pesante, del rientro del debito pubblico e quindi la riduzione del rapporto tra il debito pubblico e il Pil. Il governo, in questo frangente, potrà muoversi in due modi: (1) ripagare il debito, agendo sul numeratore per diminuirlo oppure (2) incrementare il Pil, aumentando il denominatore per ridurre il rapporto. Nel primo caso, limitandosi ad un taglio delle tasse indiscriminato e squilibrato, non basteranno gli investimenti pubblici legati al «Ricovery Fund» con la speranza che si attivino quelli privati per riuscire a rilanciare la nostra economia; nel secondo caso, l'unica via che oggi appare equa da percorrere, è quella di gestire lo sforamento dei parametri sul debito pubblico mediante un cambio radicale di politica economica. Al nostro Paese servono massicci investimenti pubblici che stimolino quelli privati, forte spinta all'esportazione, aumenti salariali che facciano risalire l'inflazione entro parametri gestibili, incremento della massima occupazione possibile per favorire la massiccia ripresa dei consumi delle famiglie italiane. Una nuova politica economica strutturata e strategica che rilanci la crescita del Pil può, quindi, essere inflazionata e sospinta da aumento del salario medio allo scopo di favorire il riequilibrio degli indici di debito (Debito/Pil) che tendono a scendere. Questa coraggiosa manovra di politica economica serve, oggi, agli italiani.




Template per Joomla!®: Themza - Design: Il gatto ha nuove code