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Programma Generale del Partito per la transizione al Comunismo

Necessità storica della dittatura rivoluzionaria del proletariato

 

"Tra la società capitalista e la società comunista – scrive Marx – vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato" (1). La classe operaia non può semplicemente appropriarsi dello Stato borghese, consacrato alla salvaguardia della proprietà privata capitalista e a reprimere i lavoratori, per metterli al proprio servizio (come fecero i rivoluzionari borghesi con l’apparato feudale), ma deve distruggere la macchina burocratica e militare borghese che lo sostiene e instaurare, tramite la dittatura rivoluzionaria, il proprio Stato di democrazia operaia. Lo Stato della dittatura del proletariato che reprime e limita i diritti della minoranza sfruttatrice, presuppone – in opposizione alla democrazia borghese o dittatura capitalista – un maggior grado di democrazia e libertà che i lavoratori non avevano mai raggiunto.

La dittatura rivoluzionaria del proletariato, in relazione ai compiti che si devono affrontare durante questa tappa di trasformazione rivoluzionaria della società di classe in un’altra senza classi o comunista, dovrà necessariamente prolungarsi per lungo periodo storico. Questo durerà finché non saranno abolite le classi, finché non verranno sovvertite le idee derivanti da questi rapporti sociali e finché lo Stato di classe non svanisca come una forma del passato.

Come accade nel capitalismo, nel socialismo la società avanza sotto la spinta delle sue stesse contraddizioni interne. Questa è una legge universale. Nel socialismo continuano ad esistere le classi e la lotta di classe, la contraddizione tra le forze produttive e i rapporti di produzione, la contraddizione tra la base economica e la sovrastruttura politica e ideologica, la contraddizione che mette di fronte il proletariato alla borghesia e altre contraddizioni. Tra tutte queste, e durante tutto il periodo socialista, la contraddizione principale della società è quella che pone di fronte il proletariato alla borghesia, anche se detta contraddizione può rivestire un diverso carattere e adottare forme differenti.

Il Partito Comunista dovrà studiare il carattere o la natura di tutte e ciascuna di queste contraddizioni per dare loro una giusta soluzione. In particolare dovrà tenere in considerazione che, nel socialismo, così come insegna Mao, "esistono due tipi di contraddizioni sociali: contraddizioni tra noi e il nemico e contraddizioni in seno al popolo. Questi due tipi di contraddizioni sono di natura distinta [...] Le contraddizioni tra noi e il nemico sono antagonistiche. Quanto alle contraddizioni in seno al popolo, quelle che esistono all’interno delle masse lavoratrici, non sono antagonistiche". Di conseguenza, "le contraddizioni tra noi e il nemico e le contraddizioni in seno al popolo, essendo di natura diversa, devono essere risolte con metodi differenti: per le prime, i metodi coercitivi, la dittatura; per le seconde - per il popolo - l'educazione e la persuasione, ovvero, la democrazia"(2).

Finché la tappa storica socialista non si esaurisca, la classe operaia dovrà servirsi dello Stato per esercitare la sua dittatura, al fine di sconfiggere le classi sfruttatrici, le quali, come dice Lenin, opporranno una resistenza "lunga, ostinata, disperata" e continueranno "inevitabilmente a conservare speranze di restaurazione, speranze che si convertono in tentativi di restaurazione"(3).

All’inizio, dopo il suo abbattimento, la borghesia, i latifondisti, gli intellettuali borghesi, ecc., perdono il loro potere politico, la loro organizzazione, ma non scompaiono in quanto classe. Nel socialismo, la borghesia continua a riprodursi incontrollatamente, nel modo antico, tanto per quanto riguarda la base economica (attraverso la piccola produzione), quanto con riguardo alla sovrastruttura (attraverso le vecchie idee, la forza dell’abitudine, ecc.); però, acquista anche altre connotazioni nuove, dato che si situa nella burocrazia dello Stato e nel Partito, da dove cerca di eliminare la direzione e di cambiare la linea politica rivoluzionaria. Se questo dovesse accadere, lo sviluppo socialista si blocca e le contraddizioni della società non tardano a diventare antagonistiche. Per tutto ciò è indispensabile esercitare in tutti i campi la dittatura sulla borghesia e mettere in pratica la lotta di classe. Rispetto a ciò, sintetizzando tutta l’esperienza positiva e negativa della costruzione del socialismo, Mao Tse-tung affermava che la direzione del processo rivoluzionario doveva partire sempre dal primato della direzione politica e ideologica del Partito.

Una volta stabilita la dittatura del proletariato, il Partito dovrà centrare la sua attenzione per risolvere la contraddizione che è insita nell’esistenza stessa dello Stato socialista. Questa situazione contraddittoria si fa evidente perché, da un lato, lo Stato costituisce lo strumento della dittatura del proletariato per schiacciare la controrivoluzione e organizzare la nuova società e, dall’altro, diventa il principale baluardo di tutto quello che resta di vecchio e di caduco nella società. Da ciò la necessità di marciare sempre avanti, verso il comunismo e la totale estinzione dello Stato; che le masse, dirette dal proletariato e dal Partito Comunista, esercitino uno stretto controllo sugli organismi statali e che effettivamente siano, e non solo a parole, quelle che assumono la direzione di tutte le sfere della vita economica, politica , culturale, amministrativa, ecc., al fine di contrastare la tendenza ad assorbire da parte dello Stato e ridurre le sue funzioni al minimo. Questo obiettivo, naturalmente, non si potrà raggiungere totalmente finché non spariscono completamente le classi e i conflitti di classe che impongono l’esistenza dello Stato come organismo speciale di repressione. Solo nel momento in cui la dittatura del proletariato diverrà non più necessaria, lo Stato non avrà più ragione di esistere. "Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L'intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi si assopisce da sé. Al posto del governo sulle persone appare l'amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene abolito: esso si estingue"(4).

Una condizione essenziale affinché questo processo di "estinzione" dello Stato si sviluppi sarà l’esistenza di un movimento comunista di massa, diretto e spronato da un Partito comunista che continui ad agire come autentica avanguardia e che, per conseguirlo, si mantenga vigilante di fronte allo Stato, con l'obiettivo di garantire il superamento dei problemi e l’avanzamento ininterrotto verso il comunismo. Con questo fine il Partito deve esercitare la sua azione dall’alto (dagli organi dello Stato e dal Governo, senza identificarsi né lasciarsi mai assoggettare da essi) e, contemporaneamente, fare pressioni dal basso, promuovendo la partecipazione e la lotta delle masse, senza perdere di vista gli obiettivi ultimi del comunismo. Diversamente, queste posizioni verranno occupate dal revisionismo e dalla nuova classe borghese che, nel socialismo, nasce dai vecchi rapporti di produzione e dalla burocrazia i cui interessi altri non sono se non quelli di perpetuare i rapporti di sfruttamento e oppressione sulle masse popolari.

Cosciente di ciò, il Partito, in quanto nucleo dirigente di tutto il processo rivoluzionario, basa la sua strategia sul movimento delle masse e sul mantenimento del più stretto legame con esse; promuove la loro capacità creativa; si appella a esse per la difesa ferma e conseguente delle conquiste rivoluzionarie di fronte alle mire di restaurazione della vecchia e nuova borghesia e si assoggetta alla critica aperta delle masse, quale importante mezzo per correggere i suoi inevitabili errori.

 

La politica economica nel periodo di transizione

 

Dopo la presa del potere politico da parte della classe operaia, i settori fondamentali dell’economia passano nelle mani dello Stato sotto forma di proprietà di tutto il popolo; si stabilisce il controllo operaio sulla produzione e le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori hanno un deciso miglioramento. Questo pregiudica il problema dei rapporti di produzione. Tuttavia, con esso, i vecchi rapporti di proprietà capitalista non sono eliminati totalmente; insieme alla proprietà di tutto il popolo coesistono per qualche tempo altre forme di proprietà. Da lì che uno degli obiettivi fondamentali della lotta che ha luogo nel socialismo consista, esattamente, nel trasformare queste forme di proprietà privata nelle due forme fondamentali di proprietà socialista - la proprietà di tutto il popolo e la proprietà collettiva delle cooperative -al fine di continuare ad approfondire il processo di trasformazione di queste ultime in una sola, la proprietà di tutto il popolo.

Nel socialismo, la proprietà sociale sui mezzi di produzione condiziona la necessità oggettiva dello sviluppo pianificato e proporzionale dell’economia. Questa é una delle leggi economiche fondamentali della transizione al comunismo.

La legge del massimo profitto, l’anarchia nella produzione e la legge del valore, quali fattori che regolano spontaneamente l’economia nel capitalismo, spariscono nell’economia socialista non appena si sopprime il carattere privato della proprietà sui mezzi di produzione. Nel socialismo, si deve armonizzare la proprietà sociale sui mezzi di produzione con il carattere sociale della produzione. Su questa base si stabilisce lo sviluppo pianificato e proporzionale dell’economia, che rende possibile l’elaborazione e la messa in pratica dei piani di produzione e di distribuzione.

La pianificazione adegua una serie di misure economiche, politiche e ideologiche che, sebbene riflettano una realtà oggettiva, agiranno su essa per trasformarla. In questo risiede l’importanza relativa e il primato della politica sull’economia.

Nel socialismo non possono esistere le stesse leggi di sfruttamento, la concorrenza e il commercio capitalisti, né il mercato e la concorrenza capitalista possono determinare i prezzi. Nel socialismo, sono la politica e la pianificazione economica- orientate secondo gli interessi a breve e lungo termine delle masse -i veri regolatori. Ciò obbedisce al grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive sociali. Nella società socialista, lo sviluppo economico è inseparabile dallo sviluppo sociale e culturale generale; è un processo economico, sociale, politico, tecnologico, ideologico, ecc., che deve essere accompagnato, inoltre, dallo stabilirsi di nuovi rapporti economici internazionali.

I rapporti di produzione non includono solo i sistemi di proprietà, ma anche i rapporti umani nel lavoro e il sistema di distribuzione. Il socialismo, come società di transizione, eredita dal capitalismo la divisione del lavoro, che si trova presente nella contraddizione esistente tra campagna e città (nella separazione tra il lavoro industriale e il commercio, da una parte, e il lavoro agricolo dall’altra), così come tra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale. Per il resto, il perdurare del diritto borghese, espresso nel principio di distribuzione "a ciascuno secondo il suo lavoro", e la tendenza che si osserva in determinati settori della società a violarlo e a creare nuovi strati di privilegiati, impongono allo Stato di farsi carico con fermezza del compito di impedire l’applicazione abusiva di detto principio e la regolazione del diritto borghese fino a farlo scomparire. Tutto questo è inseparabile dalla lotta politica e ideologica (la lotta contro le vecchie idee, le vecchie abitudini e usanze, ecc.). È in questo modo che si manifestano le contraddizioni tra le forze produttive e i rapporti di produzione, così come quella che contrappone la base economica con la sovrastruttura politica e ideologica. Anche se è certo che, nel socialismo, la rivoluzione stabilisce un certo equilibrio o corrispondenza tra esse, questo fattore è solo parziale e relativo, in quanto lo squilibrio è assoluto e determina lo sviluppo costante dei rapporti di produzione.

L’instaurazione della dittatura del proletariato è la premessa fondamentale per la demolizione dei vecchi rapporti e della loro sostituzione con altri nuovi, ma questo si otterrà solo attraverso una lunga ed esacerbata lotta di classe, lotta che si verifica fondamentalmente nel dominio della sovrastruttura e che deve includere tutti gli aspetti della vita. Questo é così perché l’appropriazione da parte dei produttori dei mezzi fondamentali di produzione non provoca automaticamente i cambi corrispondenti nei nuovi rapporti di produzione né, di conseguenza, nella sovrastruttura legata a esse, nelle quali la borghesia rovesciata, ma non ancora vinta, detiene il suo "ultimo dominio ereditario".

 

Trasformazione e sviluppo integrale dell’uomo

 

La frontiera tra il socialismo e il comunismo non si trova nella linea di demarcazione tra il sistema di proprietà collettiva e il sistema di proprietà di tutto il popolo. In questo senso, Lenin espose chiaramente che "...dando inizio alle trasformazioni socialiste, noi dobbiamo definire chiaramente lo scopo a cui sono, in definitiva, volte queste trasformazioni, e cioè lo scopo di creare una società comunista, che non si limita soltanto all’espropriazione delle fabbriche, della terra e dei mezzi di produzione, che non si limita soltanto a un rigoroso inventario e controllo della produzione e della distribuzione dei prodotti, ma che vada oltre, verso l’attuazione del principio: ‘da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". (5)

Questo "vada oltre" cui si riferisce Lenin comprende la trasformazione e lo sviluppo integrale dell’uomo, per cui è imprescindibile la formazione di un movimento comunista di massa. Solo questo giustifica storicamente la tappa di transizione socialista.

Le prime esperienze di questa nuova rivoluzione, che Lenin definiva come "più difficile, più essenziale, più radicale e più decisiva che l’abbattimento della borghesia, è una vittoria ottenuta sulle proprie abitudini e l’indisciplina, sull’egoismo piccolo borghese, e su tutte quelle abitudini che il maledetto capitalismo ha lasciato in eredità all’operaio e al contadino", (6) sono stati i "sabati comunisti". Lenin estrasse anche gli insegnamenti essenziali di quelle prime gesta del futuro dell’umanità, segnalando tra le altre cose: "il ‘comunista’ comincia solo quando appaiono i sabati comunisti, ovvero il lavoro gratuito di individui non soggetti a norme da nessun potere, da nessuno Stato, a favore della società su grande scala"(7).

L’idea che concepisce lo sviluppo della nuova società socialista in termini di "sviluppo delle forze produttive", utilizzando a tale scopo solo la tecnica e gli incentivi materiali è la concezione della borghesia che il revisionismo moderno ha utilizzato. Non deve sorprendere, quindi, che abbia portato numerosi paesi al ristagno, alla bancarotta economica, politica, sociale e morale e che, alla fine, la borghesia abbia imposto nuovamente su essi la sua dittatura di classe. Tale "disastro" è potuto succedere perché, in realtà, il revisionismo non rappresenta interessi diversi a quelli della classe borghese e dell’imperialismo, non si propone di farla finita con lo sfruttamento e, di conseguenza, non potrà mai eliminare gli ostacoli che appaiono nella via della transizione al comunismo.

Uno dei fatti più chiari, che mette in luce la politica revisionista borghese, è quello che fa degli incentivi materiali il movente principale per l’incremento della produzione dei lavoratori, così come la motivazione essenziale delle sue attività sociali e politiche. Nella lotta contro il revisionismo, Mao ha fatto leva su quanto sia sbagliata e dannosa tale politica, argomentando che: "anche se si ammette che l’incentivazione materiale è un mezzo importante, essa non può assolutamente essere l’unico mezzo. Deve essercene un altro: quello dell’incentivazione dello spirito nel campo politico-ideologico. Inoltre, l’incentivazione materiale non può essere trattata unicamente in termini di interessi personali. Deve anche essere trattata in termini di interessi collettivi, di primato degli interessi collettivi sugli interessi personali, di priorità degli interessi a lungo termine sugli interessi immediati"(8).

L’interesse materiale concepito dal punto di vista di determinate individualità non fa che riprodurre la divisione del lavoro su cui si appoggia e, lungi da eliminare le contraddizioni esistenti tra diversi settori della società, le aggrava ancora di più, quindi la specializzazione, l’elevazione delle conoscenze, lo studio, ecc. avrebbero come obiettivo per ciascuna persona il trarne vantaggi individuali e non il servire la comunità. L’esperto, l’intellettuale, il funzionario, si sganciano così dal resto della comunità per preservare i loro interessi particolari, il loro status e tendono a consolidare i vecchi rapporti di produzione capitalista.

Il revisionismo rompe il rapporto tra gli interessi collettivi e l’interesse individuale, assumendo quest’ultimo come elemento decisivo della produzione e dell’esistenza della società stessa, elimina la coscienza politica come forza motrice e come movente degli individui, la cui attenzione dovrebbe essere volta alla costruzione del comunismo. In realtà, in questo modo, si rinuncia anticipatamente a quel futuro, per non prendere in considerazione che "l’individuo costituisce un elemento della collettività" e che "gli interessi individuali migliorano man mano che progrediscono gli interessi pubblici" (9).

Anche se è vero che, nella società socialista, il lavoro ancora non costituisce per tutti la prima necessità vitale, non per questo sarà in base all’esclusivo interesse materiale che si creeranno i nuovi rapporti di produzione, bensì mediante l’educazione e la mobilitazione volontaria delle masse affinché realizzino il lavoro e la distribuzione comunista. L’uomo, per mezzo della produzione e dalla lotta politico-sociale, trasforma la natura e la società è, a sua volta, trasforma se stesso. Il socialismo, abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, crea le premesse per la formazione della personalità universale (che si raggiungerà nel comunismo) sulla base delle nuove condizioni economiche e sociali, dell’educazione ideologica, politica e morale. Questa necessità ha fatto concepire a Mao Tse-tung la Rivoluzione Culturale Proletaria, che viene a costituire, insieme alle trasformazioni dei sistemi di proprietà e allo sviluppo della produzione e della cultura, una delle condizioni essenziali per il passaggio al comunismo.

Il lavoro comunista e l’emulazione, che mettano in tensione l’iniziativa audace delle masse e il loro spirito intraprendente, sono le basi imprescindibili per l’introduzione di nuovi rapporti di produzione. Queste basi permetteranno di realizzare ulteriori passi ugualmente necessari per farla finita con le classi sociali, come l’integrazione di intellettuali, tecnici, quadri e operai in gruppi di lavoro manuale e intellettuale, l’industrializzazione rurale che consenta la formazione di contadini-operai e la soppressione della contraddizione tra la città e la campagna. Solamente con questa strada può essere superata la divisione del lavoro e possono essere creati rapporti di produzione che corrispondano alle forze produttive del comunismo.

In questo modo nascerà l’uomo nuovo, l’uomo universale, in consonanza con le trasformazioni economiche che, per via rivoluzionaria e attraverso la presa del potere da parte del proletariato, lasceranno il capitalismo nell’infanzia della storia realizzata coscientemente dagli uomini stessi.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                             

1. Marx, Critica al programma di Gotha

2. Mao Tse-tung, Sul trattamento corretto delle contraddizioni in seno al popolo

3. Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky

4. Engels, Anti-Dühring, citato da Lenin in Stato e rivoluzione

5. Lenin, VII Congresso straordinario del PC(b)

6. Lenin, Una grande iniziativa

7. Lenin, Resoconto riguardo i sabati comunisti

8. Mao Tse-tung, Note di lettura del Manuale di Economia Politica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS

9. Idem

 




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