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PERCHÉ DIRSI COMUNISTI? IL SENSO REALE DEL PLUSVALORE

Con la nozione di plusvalore, Marx spiega il funzionamento del modo di produzione storico dominato dal capitale. Il processo produttivo si configura come produzione di plusvalore dove i rapporti di produzione contrappongono capitale e lavoro salariato. Questa concettualizzazione permette di pensare la specificità dell'eccedenza capitalistica, un'eccedenza che connota una forma sociale di produzione. Nella pratica di analisi degli economisti invece, che ha come referente generico un processo produttivo che abbia sviluppato una certa produttività del lavoro, l'eccedenza è contabilizzata, esiste cioè come surplus indifferenziato che pone semplicemente il problema della propria misura. L'economia classica aveva prodotto nozioni importanti come quella fisiocratica di eccedenza netta sul consumo necessario, quella smithiana di deduzione sul prodotto del lavoro, o quella ricardiana di profitto come residuo nel conflitto distributivo con la quota dei salari; ma non aveva spiegato le condizioni specifiche per cui la produzione capitalistica, che è produzione di merci organizzata nella circolazione come scambio di equivalenti, possa dar luogo a un'ineguaglianza con la produzione di valore eccedente. Il punto centrale dell'analisi di Marx è che il concetto di plusvalore non designa semplicemente l'eccedenza, che del resto è ciò che in differenti modi di produzione permette la reintegrazione del le condizioni di esistenza sociale, ma definisce la forma specifica di un processo sociale di produzione. In altre parole, il plusvalore definisce il capitalismo come il modo di produzione tra capitale e lavoro. Nel capitalismo i prodotti assumono la forma generalizzata di merce. Ma la circolazione mercantile non si connota di per sé in senso capitalistico: ciò significa che la produzione di merci non si determina necessariamente come produzione di plusvalore. Marx fa emergere la differenza specifica del capitalismo producendo in contrapposizione un modello ipotetico di produzione e circolazione mercantile semplice: il circuito merce-denaro-merce in cui la vendita di una merce ha per scopo l'acquisto di una merce di valore d'uso diverso. In questo movimento di scambio mediato dal denaro, che soddisfa al bisogno di beni qualitativamente diversi, la legge dello scambio di equivalenti è rispettata, e non c'è problema di eccedenza. Lo scambio capitalistico ha invece come motivo propulsore del movimento il valore di scambio. Chi dispone di una quantità di denaro, il capitalista, acquista sul mercato merci che gli permettono di ritornare sul mercato con del prodotto da riconvertire in denaro accresciuto. Il movimento non semplicemente D-M-D, ma D-M-D'; cioè si conclude con un accrescimento del valore di scambio «Il processo D-M-D non deve il suo contenuto nessuna distinzione qualitativa dei suoi estremi poiché essi sono entrambi denaro, ma lo deve solamente alla loro differenza quantitativa. In fin dei conti, vien sottratto alla circolazione più denaro di quanto ve ne sia stato gettato al momento iniziale... La forma completa di questo processo è quindi D-M-D' dove D'=D+DeltaD, cioè è uguale alla somma di denaro originariamente anticipata, più un incremento. Chiamo plusvalore (surplus value) questo incremento, ossia questa eccedenza sul valore originario. Quindi nella circolazione il valore originariamente anticipato non solo si conserva ma in essa altera anche la propria grandezza di valore, aggiunge un plusvalore, ossia si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale.» (C, I, 183-184). La circolazione in quanto scambio di denaro e merci è scambio di equivalenti. Non è quindi la circolazione a dar luogo alla valorizzazione dei valori e alla trasformazione del denaro in capitale. Anche se il venditore avesse il privilegio di vendere la merce al di sopra del suo valore, questo vantaggio sarebbe annullato quando come compratore egli si trovasse a pagare le merci al di sopra del loro valore. La valorizzazione non è opera degli scambi, anche se avviene attraverso scambi. «II cambiamento di valore del denaro che si deve trasformare in capitale non può avvenire in questo stesso denaro, poiché esso, come mezzo di acquisto e come mezzo di pagamento, non fa che realizzare il prezzo della merce che compera o paga, mentre, permanendo nella sua propria forma, si irrigidisce in pietrificazione di grandezza di valore immutabile. Il cambiamento non può neppure scaturire dal secondo atto della circolazione, la rivendita della merce, poiché questo atto fa ritornare la merce soltanto dalla forma naturale alla forma di denaro. Dunque il cambiamento deve verificarsi nella merce che viene comprata nel primo atto, D-M, ma non nel valore di essa, poiché vengono scambiati equivalenti, cioè la merce vien pagata al suo valore. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore d'uso della merce come tale, cioè dal suo connsumo. Per estrarre valore dal con sumo d'una merce, il nostro possessore di denaro dovrebbe esser tanto fortunato da scoprire, all'interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualità d'esser fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro.» (ivi, 199200). L'origine del plusvalore è nel consumo produttivo della forza-lavoro. La forza-lavoro diventa merce solo in determinate condizioni, che Marx fa emergere col concetto di lavoratore libero. Perché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve disporre della propria persona come dell'unica cosa di cui è libero proprietario: libero cioè nel senso duplice che disponga della propria forza-lavoro, e che non disponga dei mezzi di sussistenza e dei mezzi di produzione necessari per realizzare la forza-lavoro. Il lavoratore è costretto a vendere l'unica merce di cui dispone sul mercato, dove contrae con il possessore della sussistenza e delle condizioni di lavoro un rapporto di persone giuridicamente uguali; e vende la propria capacità lavorativa solo per un tempo determinato, Perché se la vendesse tutta in blocco si trasformerebbe da libero in schiavo. Impiegata nel processo di produzione, la merce forza-lavoro ha un valore d'uso particolare: l'operaio, che ha venduto al capitalista l'uso della propria forza-Iavoro, è tenuto in azione dal capitalista per un tempo in cui riproduce il proprio valore di scambio, cioè il salario, o valore della forza-Iavoro, ma anche per un tempo eccedente, in cui produce valore in più. Il plusvalore non è altro che pluslavoro che l'operaio fornisce oltre il tempo di lavoro necessario per riprodurre il suo salario: «Che sia necessaria una mezza giornata lavorativa per tenerlo in vita per ventiquattro ore, non impedisce affatto all'operaio di lavorare per una giornata intera. Dunque il valore della forza-Iavoro e la sua valorizzazione nel processo lavorativo son due grandezze differenti. A questa differenza di valore mirava il capitalista quando comprava la forza lavoro.» (C, I, 227228). La produzione capitalistica produce plusvalore in quanto consuma produttivamente la forza-Iavoro; e il processo di consumo della forzaIavoro è insieme processo di produzione della merce. L'uso della forzaIavoro è contemporaneamente reintegrazione dei mezzi di produzione, riproduzione del salario, produzione di un'eccedenza: cioè processo lavorativo e valorizzazione insieme. La produzione di plusvalore è la forma sociale che la produzione di un'eccedenza assume nel modo di produzione capitalistico. Possiamo dire che, se pluslavoro e sfruttamento sono comuni a più formazioni sociali, la produzione di plusvalore è la forma capitalistica dello sfruttamento. Il saggio del plusvalore misura il grado di sfruttamento della forza-lavoro. Per misurare il saggio di plusvalore, è fondamentale distinguere nella produzione capitale costante e capitale variabile una distinzione che non è producibile nell'immediato, e che l'economia politica non produce, perché è cancellata nella forma di merce e di valore del prodotto. Infatti è solo la parte di capitale convertita in forza-lavoro quella che riproduce il proprio equivalente con un'eccedenza, e che perciò è definita da Marx variabile, mentre il capitale convertito in mezzi di produzione ( capitale costante) , è trasferito nel prodotto senza che muti la propria grandezza di valore. Perciò la valorizzazione si misura in rapporto alla sola parte di capitale convertita in forza-lavoro: «La proporzione in cui si è valorizza to il capitale variabile, è evidentemente determinata dal rapporto del plusvalore col capitale variabile, ossia è espresso dalla formula 

p

v

...Chiamo saggio del plusvalore questa valorizzazione relativa del capitale variabile, cioè la grandezza relativa del plusvalore» (ivi, 249). Espresso come rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario, il saggio del plusvalore misura il rapporto di sfruttamento. La massa di plusvalore erogato, a prescindere dalla diversa grandezza dei capitali impiegati, è funzione di talune variabili che intervengono in misura diversa a differenziare ciascun capitale individuale: «A uguale grandezza dei capitali, la massa del plusvalore che essi producono è diversa in primo luogo secondo il rapporto delle loro componenti organiche, cioè del capitale costante e variabile [composizione organica], in secondo luogo secondo il loro tempo di rotazione, in quanto esso è determinato dal rapporto fra capitale fisso e circolante, e a sua volta dai diversi periodi di riproduzione dei diversi tipi di capitale fisso, in terzo luogo dal rapporto della durata del periodo di produzione vero e proprio rispetto alla durata del tempo di lavoro stesso...» (T, Il,17; cfr. anche G, 678679). Le formule dell'economia politica calcolano l'eccedenza in rapporto alla giornata lavorativa intera, o, che è lo stesso, in rapporto al prodotto complessivo: queste rappresentazioni del saggio del plusvalore cancellano la differenza specifica della forza-lavoro in rapporto agli altri elementi del capitale produttivo, come se tutti concorressero nello stesso modo alla valorizzazione. Sono formule che nascondono «il carattere specifico del rapporto capitalistico ossia lo scambio del capitale variabile con la forza-lavoro vivente e la corrispondente esclusione dell'operaio dal prodotto. Subentra al suo posto la falsa parvenza di un prodotto d'associazione in cui l'operaio e il capitalista si dividono il prodotto secondo la proporzione dei differenti fattori della sua formazione» (C, I, 581). «Il capitale non è soltanto potere di disporre del lavoro, come dice A. Smith. È essenzialmente potere di disporre di lavoro non retribuito. Ogni plusvalore, sotto qualunque forma particolare di profitto, interesse, rendita, ecc., esso si cristallizzi in seguito, è per la sua sostanza materializzazione di tempo di lavoro non retribuito. L'arcano dell'autovalorizzazione del capitale si risolve nel suo potere di disporre di una determinata quantità di lavoro altrui non retribuito.» (ivi, 583). La condizione del lavoro capitalistico è il pluslavoro; e la tendenza del modo di produzione è di trasformare il processo produttivo in modo che sia dilatata la quota del pluslavoro in rapporto al lavoro necessario, e quindi la massa del plusvalore prodotto. Le modalità secondo cui viene aumentata la produzione di plusvalore, che Marx analizza come produzione di plusvalore assoluto e di plusvalore relativo, sono combinazioni nelle cui forme è accaduta e accade la lotta di classe. Nel primo periodo della manifattura, fino alla regolamentazione legale della giornata lavorativa la forma del conflitto tra capitalisti e operai è l'aumento del plusvalore attuato prolungando la giornata lavorativa (produzione di plusvalore assoluto). Di fronte ai limiti insuperabili della giornata lavorativa, definiti fisicamente e socialmente, il capitale segue un'altra via per aumentare la produzione di plusvalore che è la produzione di plusvalore relativo: non potendo intervenire sulla giornata lavorativa complessiva, si può agire sul rapporto tra pluslavoro e lavoro necessario, cioè aumentare il pluslavoro comprimendo il tempo in cui l'operaio riproduce la propria forza-lavoro. «Il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro ossia per la riproduzione del suo valore non può diminuire per il fatto che il salario dell'operaio cali al di sotto del valore della sua forza-lavoro, ma può diminuire soltanto quando cali questo valore stesso. Data la durata della giornata lavorativa, il prolungamento del pluslavoro deve derivare dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario... Tale diminuzione del valore della forza-lavoro comporta, a sua volta, che la stessa massa dei mezzi di sussistenza che prima veniva prodotta in dieci ore, ora venga prodotta in nove. Ma ciò è impossibile senza un aumento della forza produttiva del lavoro... Deve unque subentrare una rivoluzione nelle condizioni di produzione, e quindi nello stesso processo lavorativo.» (C, I, 353-354). Il capitale deve agire sulla produttività, cioè abbreviare il tempo di lavoro richiesto socialmente per una merce: «Per la produzione di plusvalore mediante trasformazione di lavoro necessario in pluslavoro, non basta affatto che il capitale si impossessi del processo lavorativo e della sua figura storicamente tramandata ossia presente e poi non faccia altro che prolungarne la durata. Il capitale non può fare a meno di mettere sottosopra le condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo, cioè lo stesso modo di produzione, per aumentare la forza produttiva del lavoro, per diminuire il valore della forza-lavoro mediante l'aumento della forza produttiva del lavoro, e per abbreviare così la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione di tale valore.» (ivi, 154) L'aumento della forza produttiva nei rami dell'industria che producono i mezzi di sussistenza o gli elementi materiali del capitale costante per la produzione dei beni di prima necessità diminuisce il valore della forza-Iavoro e accresce relativamente il plusvalore. Nelle forme di produzione del plusvalore relativo si rappresenta il conflitto di classe per cui la riduzione più a buon mercato delle merci è nello stesso tempo riduzione più a buon mercato dell'operaio. Le forze produttive non sono rappresentabili come proprietà naturali e tecniche del processo lavorativo; i processi analizzati dicono che entro il rapporto capitalistico la produttività del lavoro va pensata all'interno della logica della valorizzazione. «La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è essenzialmente produzione dti plusvalore. L'operaio non produce per sé, ma per il capitale. Quindi non basta più che l'operaio produca in genere. Deve produrre plusvalore. È produttivo solo quell'operaio che produce plusvalore per il capitalista, ossia che serve all'autovalorizzazione del capitale.» (C, I, 556).
Storicamente, produzione di plusvalore relativo significa rivoluzionamento nei processi tecnici del lavoro e nei raggruppamenti sociali, elaborazione di metodi e condizioni del modo di produzione specificamente capitalistico; processo che Marx analizza nel passaggio dalle condizioni di lavoro della prima manifattura, in cui artigiani e garzoni sono riuniti come operai salariati sotto il controllo del capitalista, la condizione della grande industria, dove l'operaio lavora come appendice della macchina che fa capo a un processo tecnologico organizzato e cont:rollato a un livello indipendente. L'analisi del Capitale pensa il plusvalore nella forma sociale di un processo il consumo della forza-lavoro nella produzione dove la causalità interna alla produzione è lo specifico che oppone il capitalismo ad altri modi di produzione, in cui l'origine dell'eccedenza è in una costrizione esterna. Questa problematica dell'origine del plusvalore è estranea all'analisi dell'economia politica, che si chiude in una pratica contabile dell'eccedenza quantitativa. Il plusvalore è cercato nelle forme di accrescimento dei tipi di capitale, come se capitale finanziario, capitale industriale, capitale commerciale, dessero di per se origine all'eccedenza che assume i nomi di interesse, profitto industriale, profitto commerciale. Lo spostamento teorico di Marx investe insieme le nozioni di capitale e di surplus: non si tratta di misurare nella distribuzione i risultati di modi di investimento, ma di ricondurre le forme trasformate che il plusvalore assume nella distribuzione alla loro causalità entro la struttura di un rapporto di produzione. Il plusvalore ha un primato teorico in rapporto alla forma che assume quando è distribuito. Rispetto alla nozione classica, e soprattutto ricardiana, di profitto, che aveva bloccato il problema dell'eccedenza nella distribuizione, Marx sposta il problema nella produzione, cioè nel rapporto tra lavoro salariato e capitale. L'economia politica, sostiene Marx, non ha prodotto in termini rigorosi la necessaria distinzione tra il plusvalore, che rimanda al luogo della produzione e della erogazione della forza-lavoro, ed il profitto, inteso come calcolo del plusvalore stesso in rapporto alla somma del capitale totale anticipato. La mancata delimitazione del plusvalore come «categoria determinata, distinta dalle sue forme particolari» è all'origine della confusione smithiana, ed ancor più, di Ricardo, tra i due differenti livelli dell'analisi. Questo scarto teorico ha un ruolo centrale nella critica marxiana dell'economia politica, nelle Teorie sul plusvalore in particolare, che si aprono infatti con l'«Osservazione generale» secondo la quale: «Tutti gli economisti commettono l'errore di considerare il plusvalore non semplicemente in quanto tale, ma nelle forme particolari di profitto e rendita.»




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