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DAL REDDITO DI CITTADINANZA AL DIRITTO AL LAVORO PER TUTTI

Negli ultimi decenni nel nostro Paese il dibattito sui temi economici è stato sistematicamente inquinato dall’utilizzo di varie teorie pseudo-scientifiche spacciate per elaborazioni derivanti dallo studio dell’economica politica, sia nel caso – tanto per citare quelli di maggiore impatto nell’opinione pubblica – della “fine del lavoro” umano, per cui viene indicato come responsabile l’incessante sviluppo tecnologico, che in quello della “decrescita felice”, secondo cui sarebbe possibile realizzare un sistema capitalistico migliore, ovvero in grado di permettere una maggiore tutela dell’ambiente. Partendo dal presupposto che il capitalismo è impianificabile e capace di scaricare tutte le sue intrinseche contraddizioni sul proletariato sempre più inteso – passano i secoli ma l’essere sociale persiste in questo sistema – come donne ed uomini trasformati in merce lavoro per il profitto di pochi, solo lo studio dell’analisi economica di Marx permette di rilanciare l’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario come principale rivendicazione di un “programma minimo” comunista in questa fase. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario è l’unica opzione in grado di fornire una risposta praticabile alle contraddizioni intrinseche al sistema capitalista, dato che i padroni, di fronte all’aumento della composizione organica del capitale che determina a sua volta la caduta tendenziale del saggio di profitto, fanno e faranno di tutto per allungare la giornata lavorativa, condizionando al massimo i lavoratori occupati; supporto scontato a questo processo è dato dall’aumento della disoccupazione, imputabile all’utilizzo capitalistico della tecnologia robotica. Tornando all’oggi appare chiaro, più di ieri, che è in atto un tentativo di addomesticare le masse popolari, con nuove ma pericolose – perché impattanti nell’opinione pubblica – proposte di legge quali il “Reddito di Cittadinanza” ma senza tralasciare il “Reddito di inclusione”che abbiamo già sperimentato con Renzi oppure il “Reddito di dignità” di provenienza berlusconiana o, anche, il “Reddito di avviamento al lavoro” di matrice leghista; tutte intese come antitodo sociale all’evoluzione della crisi economica che attanaglia l’Europa ormai da più di dieci anni. Comune denominatore delle tre citate proposte politiche (quella relativa al “Reddito di inclusione” è legge dello Stato con decorrenza gennaio 2018) è l’idea stessa di reddito minimo che però altro non esprime che un errato presupposto ideologico (chiaramente borghese) secondo cui è possibile modificare la distribuzione del reddito lasciando allo stesso tempo inalterato il modo di produzione. Questa idea – reddito minimo – promana da una strategia di redistribuzione che vuole essere una riposta alla cosiddetta “disoccupazione tecnologica” ritenuta dalla maggioranza degli economisti borghesi un fatto naturale dovuto al “progresso tecnico esogeno” (teoria della crescita esogena: modello di Solow) guidato, cioè, da forze esogene al sistema economico; una volta eliminata la divisione in classi degli individui componenti un’economia, ogni individuo destina una parte costante del proprio reddito al risparmio e quindi all’accumulazione di capitale. Teoria economica devastante, oltre che reazionaria, in quanto assume che il tasso di crescita di un’economia è determinato dal progresso tecnico esogeno mentre il saggio di risparmio determina esclusivamente il livello di reddito ma non il tasso di crescita; tale conclusione implica una convergenza nei tassi di crescita dei diversi Paesi, in evidente contrasto con quanto è dato dall’evidenza empirica. Tornando al “reddito minimo” vi sono essenzialmente di due tipologie di strategie: (1) redistribuzione del reddito tra le diverse classi sociali; (2) redistribuzione di reddito tra gli individui di una stessa classe.  La prima strategia è stata sempre sostenuta dai Partiti socialdemocratici e/o riformisti, i quali – di fronte alla constatazione che la classe dei lavoratori salariati non riceve mai il “giusto salario” – sostengono che bisogna modificare la distribuzione tra salari e profitti, senza però alterare il modo di produzione. Posto in questi termini, l’obiettivo della strategia redistributiva “dall’alto verso il basso” non è altro che un’utopia perché, lasciando invariato il sistema produttivo, il salario tende al costo di riproduzione della forza lavoro; se invece il salario fosse significativamente oltre il costo della riproduzione della forza lavoro il capitalismo vedrebbe minate le sue condizioni d’esistenza. Il padrone già paga al lavoratore un “salario equo” nella misura in cui tale equità è quella...definita dai rapporti di produzione a lui favorevoli…ovviamente!! E tale iniquità nell’utilizzo della forza-lavoro, sfruttata a esclusivo profitto di colui che detiene il capitale mentre il salariato è costretto a vendere giornalmente la sua forza-lavoro, può essere eliminata necessariamente superando il modo di produzione capitalistico. Alla seconda strategia – sostanzialmente conservatrice ed orientata in maniera “orizzontale” tra le varie categorie salariali dei lavoratori – ha cercato di dare una risposta la redistribuzione del reddito nella forma del “Reddito Minimo Garantito” all’interno del salario sociale, facendo riferimento alla proposta dell’imposta negativa sul reddito (NIT: Negative Income Tax), avanzata negli USA da Milton Friedman, ispiratore negli anni ottanta della «Reagan Economics». Tale meccanismo è semplice: un lavoratore che ha un reddito inferiore al “minimo garantito” riceve un sussidio finanziato con le tasse pagate dai lavoratori che hanno un reddito superiore al suo “minimo garantito”. Il “sussidio” quindi è positivo solo quando vi è uno scarto negativo tra reddito percepito e la soglia di “reddito minimo garantito” laddove per gli altri lavoratori, il cui reddito percepito è pari o superiore alla stessa soglia, il sussidio è nullo. Questa teoria, quindi, favorisce una redistribuzione del reddito all’interno del salario sociale, il quale resta invariato: questa è la vera natura di trucco contabile del “Reddito Minimo Garantito”. In quest’ottica si inquadra la proposta del Movimento 5 Stelle – prossima a diventare legge dello Stato – la quale prevede che nessuno debba avere un reddito inferiore alla soglia di povertà definita dall’Istat: per una famiglia composta da una persona sola, la soglia è di 780 euro lordi al mese, che equivalgono a 9.360 euro lordi l’anno. È quindi un intervento di tipo selettivo: il contributo varierà in base alla distanza tra il reddito percepito e la soglia di povertà e anche in base alla composizione e alla numerosità del nucleo familiare (ad esempio: per una famiglia con due adulti e un figlio minorenne la soglia minima sarà di 1.560 euro, cioè 780 euro per due). Se come avviene oggi, più frequentemente di quel che si pensi, ci sono stipendi “a norma di legge” che non superano la soglia degli 800 euro, si capisce perché nel disegno di legge da tempo depositato in Parlamento dal Movimento 5 Stelle il reddito sociale ipotizzato è fissato a 780 euro. Prima Grillo, ed ora il ministro Di Maio, più di una volta hanno chiamato in causa l'INPS come ente gestore dell'eventuale sussidio ed è probabile che una volta il governo immagini di pagare una parte dei sussidi con i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti per un ammontare di spesa calcolato, ad oggi, intorno a 16 miliardi di euro, molto di più rispetto ai 2 miliardi di euro previsti dall’attuale REI (Reddito di inclusione). Secondo altre stime, i costi del provvedimento potrebbero salire a 20 miliardi di euro l’anno che, stando invece alle dichiarazioni di Di Maio, si andrebbero a reperire stornandoli dalla spesa improduttiva dello Stato, aumentando le tasse su gioco d'azzardo, banche e compagnie petrolifere e tagliando finanziamenti per i giornali e per non meglio identificate spese della politica. Affermazioni di principio pericolose per quello che vorrà fare il governo perché ci si troverebbe innanzitutto a dover gestire politicamente una inevitabile richiesta di “fiscalizzazione sociale” della perdita di profitto da parte di banche, di compagnie petrolifere e anche dello stesso Stato imprenditore che, se non soddisfatta indirettamente dal governo stesso per via legislativa e sicuramente impopolare, lo sarebbe direttamente ed a carico dei cittadini utenti di quei servizi e di quelle prestazioni. E poi, dove e come il governo potrebbe trovare la forza di imporre politicamente al potere economico – volendo evitare ricadute sociali di massa nel fermare l’azione che sarebbe immediata di recupero del profitto perso dagli Enti interessati a “contribuire a formare” il serbatoio contabile da cui attingere soldi da investire nella pratica realizzazione della proposta di reddito minimo garantito – un provvedimento per esso tanto oneroso? A questo punto ed a queste condizioni date varrebbe la pena che il M5S, recuperando una supposta “anima” di sinistra, avanzasse l'unica proposta in grado davvero di modificare l'intero scenario del lavoro nel nostro Paese: la diminuzione generalizzata, e per contratto, dell'orario di lavoro a parità di salario, fino al riassorbimento totale della disoccupazione. Questa rivendicazione, storica del movimento operaio internazionale, è ancora oggi l'unica misura di giustizia sociale in grado potenzialmente di mobilitare, ed unire soprattutto, l'intera classe lavoratrice: lavoratori e disoccupati, giovani e anziani sarebbero tutti favoriti da una rivendicazione che unirebbe anzi che dividere. Nessuno sarebbe escluso, nessuno sentirebbe il peso di essere assistito anche se in tanti (facile pensare chi) obietteranno che un provvedimento come la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario prefigura in realtà un altro sistema sociale: ma questo, a tendere, è l’obiettivo dei comunisti.  La critica al reddito di cittadinanza è anzitutto di principio: questa legge non solo non metterà in discussione il sistema capitalistico ma non intaccherà nemmeno il precariato e anziché indirizzare la lotta verso il lavoro la indirizzerà verso una elemosina di Stato. Ma non convincono neppure le implicazioni pratiche e più immediate: appare davvero strano che in un momento in cui l’Europa chiede all’Italia tagli alla spesa sociale, pareggio di bilancio, allineamento al patto di stabilità, tutte richieste che impediscono di utilizzare anche le risorse disponibili, il governo stia paurosamente sfidando i mercati puntando a portare il disavanzo al 2,4% del deficit per ottenere - tra le altre cose millantate come “la sconfitta” della povertà - un “reddito” che non sia poco più di una mancia laddove lo Stato borghese non assicura più nemmeno i servizi di pubblica invece, più urgenti (diritto alla salute). Semmai il reddito di cittadinanza potrebbe essere spacciato (se non vengono ritoccate al ribasso le detrazioni fiscali delle famiglie) come un riordino e una riduzione complessiva del welfare con l'obiettivo, da un lato, di tagliare gli interventi statali e, dall’altro, di “sostenere” in qualche modo la maggiore spesa del cittadino beneficiario dell’assegno. Ad essere oggi, invece, più attuale che mai è sempre la parola d’ordine “lavorare meno, lavorare tutti” che è ancor più praticabile oggi rispetto al passato, visto il livello di sviluppo economico raggiunto. Una proposta, a differenza del reddito minimo, davvero rivoluzionaria: questo significherebbe riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ripristino del sistema di collocamento pubblico con l’obiettivo chiaro della piena occupazione, abolizione del Jobs Act e delle leggi Fornero, Biagi e Treu, e quindi in sostanza abolizione della precarietà su lavoro e l’istituzione di un salario minimo intercategoriale che l’Italia è fra i pochissimi Paesi del continente a non avere. Queste sono le parole d’ordine dei comunisti e della sinistra di classe nel senso più progressista e conseguente del termine perché è davvero possibile far lavorare tutti, ridurre l’orario di lavoro, aumentare i salari, spezzando i vincoli di questo sistema: ad esempio nazionalizzando le grandi imprese, i settori strategici dell’economia, sganciandoli dalla legge del profitto che governa il sistema capitalista. Una politica che senza dubbio sarebbe realizzata in forte rottura con il sistema di potere oggi esistente, contro i principi di “libero mercato” e di “libera circolazione di merci e servizi” imperanti nell’Unione Europea ma non da posizioni scioviniste pensate e semmai realizzate in maniera velleitaria. La questione cardine oggi si riduce esattamente a questo: scegliere se accettare o no la compatibilità con questo sistema e con le sue leggi economiche ma non pensando di poterlo sfidare da posizioni di debolezza per mero egoismo sovranista. L’alternativa è attrezzarsi ad una lunga, dura battaglia di classe ed internazionalista. Chi propone il reddito di cittadinanza – anche da sinistra – formula una proposta del tutto compatibile con l’attuale stato delle cose, di stampo “neokeynesiano”. La scelta dei comunisti è diversa e per questo rivoluzionaria: non bisogna chiedere reddito ma ottenere lavoro.

Salerno, 28 settembre 2018

 




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