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LA PACE TRA ETIOPIA ED ERITREA STRATEGICA PER IL CORNO D’AFRICA

Il «Corno d’Africa» – da un punto di vista geografico identificato come l’insieme dei paesi membri dell’IGAD (Inter-Governmental Authority on Development), l’organizzazione regionale che comprende Eritrea, Etiopia, Somalia, Gibuti, Uganda, Kenya, Sudan e Sud Sudan – è una regione del mondo che è sempre stata al centro degli interessi politici ed economici sia delle grandi potenze europee – come Gran Bretagna e Francia – che degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica durante gli anni della Guerra Fredda.
La sua particolare posizione geografica tra Africa e Medio Oriente pone, infatti, l’intero complesso regionale al centro di importanti interessi globali, dalla lotta al terrorismo al contrasto della pirateria marittima mediante il controllo diretto ed indiretto delle rotte da e per il mar Rosso e del transito mercantile e militare nel golfo di Aden.
Nel corso dei secoli la storia del Corno d’Africa è stata contraddistinta da un insieme di migrazioni, spostamenti, crocevia, incontri culturali tra diverse popolazioni e scambi economici tra l’Africa, la penisola arabica e l’Asia; l’espansione coloniale europea ha determinato, anche in questa parte dell’Africa, la divisione in zone d’influenza diplomatica ed economica che in seguito si sono trasformate in vere e proprie aree di dominio politico e militare.
I paesi europei che hanno sviluppato i loro interessi in questa regione sono stati primariamente e coerentemente la Gran Bretagna e la Francia; ha fatto la sua parte anche l’Italia, sebbene in modo debole e non decisivo, trovando in questa regione d’Africa una concreta possibilità di realizzare le proprie mire espansionistiche e coloniali ma solo inserendosi con circospezione e, appunto, con debolezza strutturale ed ambiguità politica tra le rivalità diplomatiche delle altre potenze europee. L’interesse italiano più antico fu quello per la fascia costiera affacciata sul Mar Rosso, chiamata Eritrea, occupando in seguito le regioni costiere somale meridionali, mentre la Gran Bretagna occupò quelle della Somalia settentrionale e la Francia si impossessò di Gibuti, punto strategico di passaggio per le rotte commerciali nel golfo di Aden.
Gli italiani tentarono poi per decenni di espandere inutilmente la propria influenza sul grande impero etiopico pagando a caro prezzo – guerra di Eritrea e poi di Abissinia e sconfitte militari decisive a Dogali nel 1887 e ad Adua nel 1895 – un’avventura militare scriteriata e senza alcun obiettivo geopolitico rilevante che portò a stabilizzare il controllo del territorio eritreo da parte del Regno d’Italia praticamente a seguito di patteggiamenti e di reciproche concessioni con i ras etiopi.
Il 2 maggio 1889 venne quindi firmato il controverso trattato di Uccialli, con il quale, secondo l'interpretazione italiana, l'Etiopia non solo riconosceva il controllo italiano sull'Eritrea, ma diventava di fatto un protettorato italiano; soltanto nel 1936 riuscì l’impresa – condotta dall’esercito italiano in maniera criminosa e con uso su larga scala di gas iprite contro le popolazioni civili – di piegare definitivamente le resistenze etiopi guidati da Hailé Selassié e di dare vita, unitamente a quello che era stato prima il protettorato e poi la colonia della Somalia italiana, all’Africa Orientale Italiana ed all’impero.
I possedimenti italiani nel Corno d’Africa confinavano con quelli britannici (Sudan Anglo-egiziano, Kenya e Somalia britannica) e con quelli francesi (Somalia francese) ed affacciavano sul mar Rosso, sul golfo di Aden e sull’oceano indiano.
Solo cinque anni dopo, nel 1941 all’Amba Alagi, franava definitivamente l’impero italiano, il “Negus” Hailé Selassié rientrava trionfalmente ad Addis Abeba e la Gran Bretagna estendeva direttamente ed indirettamente il proprio controllo su Etiopia, Eritrea e Somalia.
Da quel momento è ancora un’altra storia nella tormentata regione del Corno d’Africa, una storia fatta di guerre, persecuzioni e massacri, segnatamente nei territori di Etiopia, Eritrea e Somalia: la delicata fase della decolonizzazione, la federazione dell’Eritrea all’impero etiopico, il periodo dell’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia, la nascita della repubblica somala e l’avvento della dittatura di Siad Barre, la caduta del Negus Hailé Selassié in Etiopia e l’avvento al potere della giunta militare del Derg dalla quale emergerà la figura politica di Menghistu, le drammatiche guerre tra Somalia ed Etiopia per la regione frontaliera dell’Ogaden e l’inizio della guerriglia eritrea contro il dominio etiopico.
Tutti questi processi storici, drammatici, si susseguono all’interno della grande cornice geopolitica globale rappresentata dallo scontro tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, che cercano continuamente nel corso dei decenni di spartirsi nuove zone d’influenza nella cartina geografica mondiale.
Questa continua ingerenza risulta particolarmente pesante nel Corno d’Africa che viene coinvolto e poi abbandonato a se stesso sull’onda di scelte politiche prese senza tener conto delle vere problematiche e delle reali esigenze della regione ma solo, con modalità diverse, nell’ottica della spartizione “speculare” di zone di influenza laddove all’imperialismo statunitense rispondeva prontamente il socialimperialismo sovietico.
Il traumatico momento di svolta per i principali Paesi della regione è rappresentato proprio dalla caduta di questo sistema di dominio, cessato con lo scioglimento dell’Unione Sovietica e con la conseguente fine della Guerra fredda.
Infatti proprio agli inizi degli anni Novanta anche i due principali regimi del Corno d’Africa, quello etiopico e quello somalo, sono crollati portando l’intera regione a livelli di instabilità mai raggiunti prima: al crollo della dittatura militare in Etiopia ha fatto seguito la guerra civile con l’Eritrea, che diventerà indipendente nel 1993, e l’inizio di un delicato processo di democratizzazione dell’ex impero etiopico; in Somalia, invece, la situazione generale si è evoluta in maniera notevolmente più complessa con lo scoppio della guerra civile nel gennaio del 1991 a cui è seguita la fuga del dittatore Siad Barre – insediatosi con un colpo di stato nel 1969 ed artefice di repentini cambi di alleanze da un blocco all’altro – e l’inizio di una guerra tra clan che ha distrutto qualsiasi forma statuale all’interno dei vecchi confini politici della Somalia.
La delicata fase d’intervento internazionale negli anni 1992-1993 con la missione “Restore Hope” delle Nazioni Unite avviene parallelamente ai vari tentativi falliti di riconciliazione nazionale rappresentati da alcune conferenze di pace, tutte clamorosamente fallite, che accompagneranno la disintegrazione e la progressiva islamizzazione del Paese.
L’insuccesso politico e militare delle potenze occidentali segna di conseguenza un progressivo disimpegno internazionale dal Corno d’Africa, e in particolare dal conflitto somalo, pagato a caro prezzo perché anche la Somalia fu base di appoggio per i terroristi che compirono gli attentati dell’11 settembre 2001.
Questi attentati cambiarono completamente l’agenda mondiale, le Nazioni Unite adottarono come nuove ragioni del conflitto nel Corno d’Africa il pericolo del terrorismo internazionale, soprattutto di matrice islamica, e la lotta per contrastarlo.
In questo nuovo quadro generale, si intrecciarono e si sovrapposero i traffici delle grandi organizzazioni terroristiche, le rotte problematiche della pirateria internazionale e l’ingerenza dell’Etiopia nel caos somalo con l’obiettivo dello scioglimento delle Corti Islamiche che detenevano il controllo di molte città, tra cui l’ex capitale Mogadiscio: toccò alla Somalia tornare al centro dell’instabilità dell’intera regione orientale africana.
Alla fine del 2011, dopo venti anni di guerra civile per bande, la Somalia ritorna Stato a tutti gli effetti giuridici e dal 2012 inizia la progressiva stabilizzazione del Paese.
Collaterali alle crisi in Etiopia ed in Somalia, le Nazioni Unite si trovarono a fare i conti anche con due eventi altrettanto drammatici per le innumerevoli stragi ed i milioni di morti e mutilati che provocarono: le guerre civili in Uganda ed in Sudan.
In Uganda per più di trent'anni, dal 1971 al 2005, la scena fu dominata prima dalla sanguinaria dittatura di Idi Amin e poi da una serie di scontri sanguinosi tra eserciti tribali che si contrapposero sostenuti e finanziati dagli Stati confinanti, Tanzania e Sudan. Come se tanto sangue non fosse bastato la "nuova" Uganda intervenne militarmente nella guerra civile in Zaire (1998-2003) e fu tra gli artefici della deposizione del dittatore Mobutu.
Altro bagno di sangue, come detto, avvenne nel Sudan dove la guerra civile – la seconda, dal 1983 al 2005, che seguiva la prima, combattuta dal 1955 al 1972 – sconvolse il Paese segnatamente nelle regioni meridionali che alla fine, dopo sei anni di autonomia imposte alle fazioni rivali dalle Nazioni Unite, riuscirono ad ottenere l’indipendenza con la costituzione dello Stato del Sud Sudan nel 2011.
Il Corno d’Africa, per tutte le ragioni che ho brevemente trattato, resta ancora una regione ad equilibri politici interni ed assetti internazionali estremamente precari. Almeno fino ad oggi. L’accordo di pace firmato da Etiopia e da Eritrea, infatti, può segnare un punto di svolta decisivo se riuscirà a disinnescare il fattore principale di instabilità nella regione proprio facendo affidamento sui due Paesi militarmente più forti in funzione di stabilizzazione del progetto di pace complessivo ma anche, proprio per questo, responsabilizzando i rispettivi governi, ognuno con gli appoggi internazionali che ha costruito nel tempo: l’Etiopia in orbita statunitense e l’Eritrea in orbita cinese.

Salerno, 10 Luglio 2018




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